venerdì 26 marzo 2010

I "santini" contagiati dal virus di Internet (da la Gazzetta del Mezzogiorno del 21/3/2010)







I santini altamurani non sono i santi protettori della bella cittadina pugliese, ma è un blog (santinialtamurani.blogspot.com) che raccoglie tutti i volti dei candidati al Consiglio comunale di Altamura nelle elezioni 2010. Corredato da un gruppo di fan su Facebook, il blog murgiano colleziona le fotografie e accompagna con descrizioni ironiche, ma bonarie, quei bigliettini che in gergo politichese vengono definiti, appunto, “santini”, dove il faccione del candidato appare insieme al simbolo della lista di cui fa parte e che vengono distribuiti in quantitativi esorbitanti durante tutte le campagne elettorali. “Santini”, perché somigliano proprio a quelle immaginette dei santi che i fedeli raccolgono presso le basiliche e le parrocchie, per custodirli in collezioni al limite del feticismo, infilarli nella custodia del libretto universitario o nel portafogli. Santini, quelli elettorali, fatti su cartoncini di piccole dimensioni perché possano star meglio nella tasca della giacca o della borsetta quando, nella cabina, l’elettore dovrà votare proprio lui o lei, quel nome e quella faccia che si spera potranno non tanto “proteggerlo”, fideisticamente, quanto rappresentarlo, democraticamente. Dopo ogni scadenza elettorale, però, coi santini hanno a che fare soprattutto gli spazzini, che devono togliere dalle strade cumuli di bigliettini volati via dai cruscotti delle auto in sosta e dalle tasche degli elettori distratti, che si vanno ad aggiungere ai brandelli strappati dei manifesti, ai fac-simile delle schede, a ogni residuo di carta e di sprechi, insomma, che ogni elezione si porta dietro.

Fortunatamente negli ultimi tempi molti candidati hanno deciso di limitare o addirittura di abolire del tutto la produzione di materiale cartaceo che oggi stride davvero con la sostenibilità ambientale. Il web 2.0 e le tecnologie di comunicazione digitale offrono possibilità impensate, fino a pochi anni fa, di giungere al cuore e alla scelta di voto del singolo elettore. Il modello di campagna elettorale multimediale in rete, che fu praticato da Obama durante le primarie e le presidenziali in USA, non solo viene esportato in altri paesi, ma viene ormai arricchito di invenzioni sempre nuove. L’attuale campagna per le Regionali in Italia ne è una piena testimonianza. Divengono mezzi fondamentali di espressione politica i social network - con Facebook in testa -, i video online pubblicati su Youtube e raggruppati in canali specializzati, le web-radio e tv, i blog, i forum, l’interazione tra web e telefonia cellulare, le pratiche artistiche telematiche e tutto quello che le attuali frontiere della comunicazione e della produzione informatica di testi rendono possibile nel nome di principi quali la condivisione, la multimedialità, la fruizione collettiva di sapere diffuso.

Non è semplicemente un fatto tecnico, ma soprattutto concettuale, che si basa sull’idea di comunicazione istantanea, attiva, cre-attiva anzi, si potrebbe dire coniando un neologismo nel quale viene coniugata la creatività pubblicitaria con l’attivismo politico. Una lezione che viene da lontano: da almeno dieci anni di esperienza di “media-attivismo”, un genere di intervento politico e informativo dal basso che ha dato vita ai blog, all’interferenza culturale, alla pubblicità non convenzionale, alla comunicazione-guerrilla. Tutte espressioni che non hanno nulla né di violento né di tecnologicamente complicato, soprattutto per quelle generazioni di “nativi digitali” che le praticano con competenza e con ironia.

Grande successo hanno attualmente le “video-lettere”, cioè i brevi discorsi videoregistrati che i candidati fanno girare attraverso i diversi canali web e che hanno come contenuto i singoli punti del programma elettorale oppure un commento su notizie di attualità. Alcuni candidati si cimentano in prove inusitate, come Roberto Formigoni che si esibisce online in un rap fatto di slogan elettorali.

Dopo l’era della comunicazione politica intesa come marketing persuasivo e patinato, è arrivata dunque l’epoca della comunicazione attiva, della detronizzazione dell’avversario utilizzando in senso inverso le sue stesse armi e della moltiplicazione degli interventi diretti di diffusione dei messaggi. Per Nichi Vendola, per esempio, sono state coniate brevi e infantili poesie che fanno riferimento ai contenuti della sua politica e che anche ogni sostenitore può provare a comporre a suo modo e pubblicare online. In quest’ultimo caso, la campagna tende a enfatizzare un ruolo che spesso è stato usato per screditare il Presidente uscente della Puglia, quello di “poeta”, in modo da farne invece un punto di forza. E’ una tecnica che sembra concettualmente presa da alcune arti marziali orientali, e che allo stesso tempo eredita i metodi dell’adbusting che sin dagli anni ’90 realizza la trasformazione dei segni delle pubblicità ufficiali in messaggi di controinformazione.

La comunicazione elettorale continua certo a utilizzare i codici e le strategie della pubblicità, ma tiene conto di come la stessa pubblicità stia oggi reinventando i suoi linguaggi e si sia trasformata, per molti aspetti, vuoi in una pluralità di forme non convenzionali di comunicazione, vuoi in una pratica che ha molto in comune con l’arte contemporanea. Di conseguenza, anche i messaggi politici risentono di questa trasformazione. L’arte pop per esempio, grande alleata delle nuove forme di pubblicità, viene spesso utilizzata dalla politica, come nel caso di Adriana Poli Bortone, il cui volto è stato riprodotto in un manifesto secondo lo stile di Roy Liechtenstein.

Oltre alla produzione di testi e immagini, sono però le “azioni” a fare da protagoniste. Le strade cittadine vengono percorse da biciclette/sandwich elettorali, alternative ai costosi e inquinanti camion che trasportano il cartellone. Grande successo ha il flash-mob, cioè la riunione quasi istantanea in uno spazio pubblico di persone che poi si disperdono immediatamente. Già utilizzata per pubblicizzare oggetti tecnologici, di moda o l’uscita di un film, in politica questa pratica traduce e rinverdisce con un termine esterofilo eventi come i comizi di piazza, i volantinaggi ai mercati, i gazebo, le megafonate di strada, tutte forme antiche di comunicazione politica che trovano però nuovi impulsi attraverso i tam-tam “virali” di Facebook. Stessa nobilitazione in lingua straniera ha la vecchia comunicazione porta a porta, che oggi potrebbe declinarsi nel buzz- marketing, cioè nella comunicazione realizzata attraverso il convincimento diretto di singoli destinatari che si trasformano a loro volta, in forma esponenziale, in comunicatori del messaggio. Case, auto e balconi diventano spazi dove realizzare l’ambient-marketing: la campagna di Emma Bonino, per esempio, propone agli elettori di addobbare con striscioni e materiali di colore giallo, simbolo della candidata, le finestre delle case e i vetri delle auto.

E’ data poi oggi a ciascun individuo la prerogativa di trasformarsi in fotografo e regista di strada di queste azioni, attraverso una macchina fotografica o una videocamera digitale le cui riprese vengono caricate sul web e destinate a un numero potenzialmente infinito di fruitori che ne saranno protagonisti se vi vengono “taggati”, o “autori collettivi” se le condivideranno sulle loro pagine web. Una volta chiusi i seggi e chiusa la fase della comunicazione politica, però, arriva la politica vera, ed è quella che vorremmo vivere da cittadini come protagonisti, con i problemi quotidiani e la vita nella sua dura realtà. E’ qui che i “santini” dell’intero Paese verranno messi alla prova.


E a Bari una merendina ne approfitta

Caso probabilmente insolito nel panorama nazionale, a Bari una celebre merendina fa pubblicità ispirandosi ai manifesti di propaganda elettorale. L’azienda produttrice ha utilizzato come fonti le ultime campagne delle diverse formazioni politiche in corso in Italia e in Puglia, in modo trasversale. Nelle ultime settimane, in un periodo in cui i manifesti elettorali 6x3 sono vietati, sono comparsi invece in questo formato cartelloni che con intelligenza e ironia parafrasano, citano e fanno il verso a partiti e candidati, per propagandare invece un prodotto per golosi. Lo stile, i colori, la disposizione di testo e immagine restano inalterati rispetto al manifesto originale, ma cambia ovviamente il senso del messaggio. Sorridono i giovani fautori dello spoof advertising, ma anche le generazioni che ricordano l’odore di quella merendina ancora calda nei pomeriggi di settembre alla Fiera del Levante.





martedì 2 marzo 2010

Carrello, dacci oggi lo stile quotidiano


Pubblico un articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno dell'8 dicembre 2009. Dopo che ho visto questa vetrina a Stoccolma, in piena Sodermalm, devo dire che ci avevo visto giusto ;)


Mi sono decisa anche io: dopo una vita passata a considerarlo come un oggetto che mai e poi mai sarebbe entrato tra i miei “accessori” utili, sono entrata in un negozio specializzato in casalinghi e ho acquistato un carrello portaspesa. Capiente, robusto ma leggero, decorato da una fantasia a quadri che fa tanto casalinga anni ’60, non l’ho fatto neanche incartare, ma l’ho subito riempito di patate, pomodori, sedani e mandarini appena acquistati, mentre in un comodo vano ho fatto entrare come per magia il portatile, l’agenda da lavoro, alcune fotocopie, la pendrive e due libri.

Niente più buste di plastica inquinanti: frutta e verdura possono giacere libere o al limite avvolte in buste di carta da riciclare. E poi basta con i pesi da sollevare e con il desiderio perenne di possedere almeno quattro o cinque mani per riuscire a tenere tutto. Il carrello ha risolto i problemi. Certo, ben lo sanno da decenni generazioni di donne che affollano ogni mattina i mercati alimentari.

Come la vestaglietta di cotone a fiorellini, il carrello è uno di quegli oggetti intramontabili che caratterizzano un certo stile “italiano” e che sono fortemente intrecciati con la storia del nostro paese. Intendo qui “stile” non come moda o eleganza, ma come modo di vivere la quotidianità, come stile di vita che alimenta l’immaginario.

Negli anni del dopoguerra in cui le donne in Italia svolgevano prevalentemente il lavoro di casalinghe, facendo la spesa ogni giorno al mercato, il carrello fu un oggetto fondamentale, presente in tutte le case, soprattutto nel Sud della penisola dove il lavoro femminile fuori casa arrivò più tardi o comunque convisse a lungo con forme più tradizionali di quotidianità. Gli anni del boom economico e della emancipazione femminile trasformarono invece questa realtà; la spesa quotidiana fatta dalla casalinga venne sostituita da quella settimanale o bisettimanale nell’ipermercato spesso situato fuori dai centri urbani. Era, ed è tuttora, il modello “americano” dello shopping nella mall, nel centro commerciale plurifunzionale dove la spesa è un impegno non solo femminile, ma di tutta la famiglia, e dove cibi e detersivi vengono accumulati nel carrello di metallo e poi trasferiti nel bagagliaio dell’auto per essere portati a casa dentro buste di plastica di ogni dimensione. Una realtà, questa, ben consolidata in Italia negli ultimi decenni, che comunque non esclude affatto che si continui a fare la spesa nelle forme più “antiche” o che ci si affidi ai vari servizi a domicilio messi a disposizione da fornitori e supermercati urbani.

Il carrello è sopravvissuto, ma è rimasto nel corso del tempo come emblema di un ruolo casalingo che le donne hanno contestato duramente e combattuto nei fatti nella sua esclusività. E’ stato a lungo una sorta di distintivo di casalinghitudine, di generazioni anziane, di tempo di vita che si identifica con il tempo del solo lavoro domestico.

Qualcosa è cambiato da quando, a poco a poco, i modelli del consumo quotidiano hanno cominciato a trasformarsi in qualcosa di più complesso e consapevole. Per primi hanno cominciato a cambiare i contenitori delle merci: dai Paesi del nord Europa si sono diffuse anche da noi sacche in cotone lavabili e riutilizzabili per contenere i cibi, che sono diventate un po’ le sostitute delle “retine” che si usavano negli anni ’60 in Italia. I super e ipermercati incentivano l’uso di buste di carta riciclata e riciclabile al posto della plastica, che alcuni centri commerciali tendono oggi addirittura a bandire del tutto dal packaging. Alla idea globalizzata del consumo alimentare si sta sostituendo l’idea del “chilometro zero”, vale a dire che, almeno per quanto è possibile, si comprano i prodotti della propria terra che fanno risparmiare sul trasporto e sull’inquinamento, senza che questo però introduca modelli “autarchici” indiscriminati.

Torna allora a venire percepita come possibile e non stereotipata l’idea di un contenitore mobile della spesa che possa seguire i passi di chi compra, ovunque ella o egli vada, donna o uomo che sia, che si diriga verso la casa o verso l’ufficio. Si conia allora un’espressione inglese, che quasi nobilita come un oggetto esotico il vecchio carrello della spesa traducendolo nello shopping-trolley. Si inventano modelli firmati, stilizzati, impreziositi dal valore aggiunto del design o dal nome proprio, come accade a un paio di scarpe o a una borsetta alla moda.

Nasce, ad esempio, H.DUE.O Flower, il carrello con decorazioni floreali di ispirazione hippy. Foppapedretti, l’azienda famosa per creare oggetti e mobili solidi e innovativi, lancia Go Two e Go Up, due carrelli per la spesa in grado di essere portati senza sforzi anche su per le scale. Si moltiplicano poi le forme e le funzioni delle marche più tradizionali, che si sbizzarriscono a produrre carrelli leggeri, richiudibili, comprimibili, di diverse fogge e dimensioni.

Un’azienda tedesca, la Reisenthel, specializzata in borse e contenitori, lancia, oltre alla carrybag che è un cestello per la spesa colorato e giovanile ma senza ruote, due modelli di carrelli: il carrycruiser, una specie di cesto trasportabile, e un foldable trolley che può ridursi alle dimensioni di una cartellina. Questi ultimi in particolare faranno senz’altro ben presto tendenza e diverranno oggetti del desiderio senza confini di sesso e di generazione.

Non più oggetto esclusivo per casalinghe disperate, dunque, ma strumento per trasportare peperoni, bottiglie di vetro riciclabili, pomodori del farmer’s market, accanto a oggetti tecnologici, libri, strumenti di lavoro: sarà la nuova vita del carrello.

Ma ce n’è ancora un’altra, di vita: accanto ai carrelli tradizionali o fashion, pullula nelle strade una vita innominata di carrelli pieni di vecchi oggetti, abiti, accessori, suppellettili, libri, scartoffie di ogni tipo, che i senza casa trasportano da un punto all’altro delle città. Vanno verso i mercati, le bancarelle, le case temporanee e improvvisate. Attingono ai cassonetti degli indumenti smessi, alle parrocchie, all’economia sommersa del rottame che rivive, dell’oggetto sottratto alla distruzione.