sabato 8 ottobre 2011

Più della spada uccide lo spread



di Patrizia Calefato
(La Gazzetta del Mezzogiorno del 25/9/2011)



Spread, rating, outlook, default: sono solo alcune delle parole più temibili che in queste settimane rimbalzano dalle istituzioni finanziarie e politiche ai mezzi di informazione, e via via discendono nei discorsi al bar, negli interrogativi quotidiani e negli incubi notturni dei cittadini alle prese con un mostro che si chiama non solo “crisi economica”, ma anche, per dirla con Italo Calvino, “peste del linguaggio”. Così, infatti, il grande scrittore italiano definiva quell’epidemia che già quando ne scriveva, alla metà degli anni ’80, aveva colpito l’umanità nella facoltà che più la rende “umana”, cioè l’uso della parola. Una peste che si manifesta, scrive Calvino, “come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze” (Lezioni americane).
Non sono le parole in sé ad essere pestifere, sia ben chiaro, né lo è l’uso di termini specialistici economici e finanziari della lingua inglese diventata ormai la lingua franca della comunicazione, e dunque a maggior ragione della finanziarizzazione globale. Per le parole, certo, basterebbe un buon dizionario per scoprire, come ci stanno insegnando, che “spread”, o sarebbe meglio dire “spreading”, vuol dire differenziale di rendimento a partire da un valore medio di misurazione; che “rating” vuol dire “valutazione”; che “outlook” in questo caso non è un programma di posta elettronica, ma è il giudizio di stabilità o meno che emerge da questa valutazione; che “default” non è solo la condizione operativa che un programma informatico seleziona automaticamente in mancanza di istruzioni specifiche, ma in economia è una condizione di insolvenza, di bancarotta.
Potremmo dire tutto questo in italiano? Forse sì, almeno la nostra lingua smetterebbe di funzionare come il “latinorum” dei potenti che intimidiva Renzo nei Promessi sposi. Ma c’è qualcosa di più profondo, che va oltre l’uso o meno dell’inglese o di altri stranierismi, ed è il modo in cui oggi il linguaggio della comunicazione perde sempre più la sua consistenza, il suo nocciolo duro. Questo dovrebbe accendere continue “scintille”, proprio come dice Calvino, per portare le persone a interrogarsi sempre su cosa stiano facendo quando parlano, leggono, scrivono, su dove trovi la sua base e la sua esperienza quel modo – nuovo o vecchio che sia – di definire le cose. E invece ci mettiamo sulla bocca in maniera meccanica parole che ci sembrano circolare “naturalmente” da sempre nel mondo, mentre sono in realtà parole che corrispondono a precisi meccanismi storici e sociali di cui spesso dimentichiamo gli attori e i motori. Parole che segnano, in un paio di sillabe, il destino di nazioni e popoli senza che ci si possa fare nulla, senza che nemmeno sia possibile resistere, magari andando in cerca di altre parole, più vere, più esatte, più in salute.
Sono proprio le parole correnti dell’economia, della finanza, dei “mercati”, a ricalcare nella loro perentorietà e insieme nella loro astrazione la dimensione ugualmente astratta del capitalismo odierno, in cui ad essere in circolazione sono debiti e crediti, rapporti legati a titoli, azioni, obbligazioni, stime di crescita e “pagherò” di dimensioni gigantesche. Il linguaggio rispecchia questa dimensione sans phrasedel mercato, cioè il suo essere “senza ulteriori parole e determinazioni, senza qualificazioni”.  L’espressione dell’antico francese “sans phrase” fu usata da Karl Marx nell’Ottocento per definire il lavoro indifferente e fortuito, sganciato da qualunque determinazione, astratto, generale, che è condizione dell’economia capitalistica. Oggi ad essere “sans phrase” non è solo il lavoro, quando c’è, ma è proprio il modo di produzione in cui viviamo. E non a caso questa espressione francese significa che è la parola, la frase, a mancare: sans phrase, senza parole non si può definire concretamente l’oggetto, il campo, il concetto, cui il nostro modo di produzione fa riferimento. Ci mancano dunque le parole prima ancora che le risorse per andare avanti?
 In mancanza di parole vere, ci trinceriamo dietro formule che non comprendiamo, magari anche dietro un inglese imbastardito che tradisce la ricchezza di quella lingua in una piatta omologazione, usando però il quale ci sembra di essere così al passo con i tempi, così cool!
Negli anni ’60, lo stesso Italo Calvino difendeva lo sviluppo “tecnologico” delle lingue, ritenendolo fondamentale sia nel processo di unificazione linguistica nazionale, in particolare italiana, sia nel contesto dell’internazionalizzazione allora crescente della società – ancora non si parlava di globalizzazione. Ma la precisione e la concretezza che Calvino allora richiamava come ideale linguistico doveva fare i conti, come egli stesso scriveva, con la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche, soprattutto nel linguaggio politico, e con l’”antilingua” burocratica delle carte bollate. Oggi in Italia carte bollate ne esistono di meno rispetto a 50 anni fa, il linguaggio politico decade in mugugni, dita medie e gesti dell’ombrello, ed è ahimè proprio la lingua “tecnologica” ad esser diventata il deposito di astrazioni, genericità, alienazione.
Le parole sono pietre, dice un detto celebre, ma più che pietre sarebbe bello che fossero mattoni, in grado di costruire e non di sfumare, di dare senso e non di farci perdere i sensi. 

venerdì 7 ottobre 2011

Eccessi e necessità al tempo della crisi

(pubblicato su "il manifesto" del 2/10/2011)

Di cosa parliamo quando parliamo di lusso: alla Triennale «C25 Options of Luxury» espone 250 segni del superfluo, ma i precari ricordano che oggi a essere un lusso sono i diritti


Tra i cliché che la memoria collettiva conserva delle crisi economiche epocali che hanno attraversato la storia del capitalismo, c'è l'immagine, un po' vintage un po' caricaturale alla Georg Grosz, del grasso riccone in frac e tuba che affoga nell'alcool la rovina degli anni '20 accendendosi il sigaro con le ultime banconote rimastegli in tasca. Lusso e bancarotta si accoppiano simbolicamente in questo stereotipo. Come anche ben si coniugano i simboli del lusso e quelli del naufragio - reale o metaforico - nell'immagine icastica della celebre ballata di Hans Magnus Enzensberger La fine del Titanic: «Dinner First Class/ 14 Aprile 1912/ Caviale Beluga/ Hors d'œuvres variés/ Turtle Soup. La porta che qui vedete conduce al bagno turco,/ attenzione scalino, dove massaggi terapeutici e cure termali/ sono costantemente a vostra disposizione sotto controllo medico,/ osservate vi prego le colonne in marmo rosso di Carrara»
Oscurità e splendoreViaggio per mare, benessere da spa esclusiva, alta cucina, proprio come in un dépliant turistico a cinque stelle, ma con l'imminenza in agguato dell'urto con l'iceberg. Quasi si volesse mitigare la potenza semantica del lusso, o, viceversa, quasi non si avesse la forza di nominare il disastro, o il default - come ci suggerisce il lessico pestilenziale della finanza di oggi - lo spreco, l'eccesso, la profusione di ricchezza e denaro, vanno spesso in coppia con il loro contrario estremo: la miseria, il pericolo, la morte reale o metaforica.
A ulteriore conferma di questo dualismo di fondo che il lusso contiene, ricordiamo che a parlare meglio del lusso sono paradossalmente da sempre stati i suoi detrattori, o coloro che lo hanno condannato. Come i legislatori «suntuari» di ogni epoca che nelle leggi definite appunto «suntuarie», dalla Roma repubblicana fino alla tassazione in vigore oggi su yacht e beni superflui, hanno inteso sanzionare il lusso, beninteso solo perché potesse essere meglio regolato l'accesso al rapporto tra ricchezza e potere che il lusso e i suoi segni esibiscono.
Lusso necessario, come voleva già oltre un secolo fa Werner Sombart che lo riteneva fondamentale sin dall'accumulazione originaria capitalistica? O lusso deprecabile, come vorrebbe invece l'etica calvinista secondo Max Weber? Oppure lusso strettamente intrecciato a una «parte maledetta» dell'economia fatta di spreco, guerra, sacrificio, eros, come teorizzò Georges Bataille a metà del Novecento? Nella storia del concetto di lusso c'è tutto e il contrario di tutto: l'oscurità e lo splendore, il desiderio e la dissipazione, l'eternità e la maledizione.
Il dissidio che il lusso porta con sé si legge oggi anche nelle cifre: a una contrazione dei consumi in tempo di crisi si accompagna una tenuta e anzi un incremento nella crescita dei poli del lusso in tutto il mondo. Meno autobus e più Ferrari, come esemplarmente sembra indicare la vicenda dell'Irisbus che chiude mentre la fabbrica di Maranello tiene alti i suoi ritmi di produttività e punta a produrre oltre 7000 auto l'anno? E il massimo del lusso Ferrari sta anche nel tempo di attesa - anche 18 mesi - per un'automobile, da quando la si prenota a quando è pronta, personalizzata e fiammante.
Una nuova sprezzaturaNon v'è dubbio che in questo momento, con questo tipo di crisi in particolare, si allarghi ulteriormente il divario tra povertà e ricchezza, perché mentre la prima continua ad avere a che fare con un «nocciolo duro» fatto di lavoro che manca, salari, affitti, spesa al mercato, vita quotidiana, la seconda gioca in borsa, per dirla con una metafora, sempre più legata a quella dimensione sans phrase, senza parole, alla lettera, della finanziarizzazione globale. C'è di più, però, perché il lusso non si riduce semplicemente alla ricchezza, ma contiene una qualità ulteriore, fatta delle sue rappresentazioni, delle sue passioni, delle sue qualità e delle sue dannazioni.
Alcune di queste le ha scelte con cura e sapienti testimonianze la mostra C25 Options of Luxury, organizzata presso la Triennale di Milano da Class (edizioni e omonima rivista) per celebrare il proprio primo quarto di secolo e curata dall'architetto e artista Italo Rota. La mostra (oggi è l'ultimo giorno) seleziona 250 oggetti e concetti che esprimono la qualità e le caratteristiche complesse del lusso contemporaneo. La moda offre il suo humus quasi naturale, quale tradizionale ambito cui una società destina le sue spese superflue, eppure tanto congeniali e essenziali alla riproduzione allargata di se stessa. La cosmetica, l'automobilismo, la nautica da diporto, il turismo, il design, l'arte, la tecnologia, la ristorazione, fanno però da punti fermi essenziali del connubio tra l'idea di lusso e concetti come quelli di tempo, spazio, velocità, benessere, ozio, viaggio. Questi definiscono infatti, soprattutto oggi, la dimensione qualitativa del lusso stesso, e non semplicemente quella ostensiva, che anzi spesso tende a scomparire, a nascondersi in un understatement e in una sottrazione di segni che ricorda la sprezzatura cinquecentesca del Cortegiano di Baldassar Castiglione.
I titoli delle diverse sezioni della mostra rimandano alle declinazioni tra loro intersecate del lusso presente: il viaggio e il tempo, la vacanza e l'ambiente, le passioni e il corpo. Scopriamo così (ma forse già lo avevamo intuito) che accanto all'alta gioielleria o alla catena di hotel e resort a cinque stelle, è lusso il pistacchio di Bronte, è lusso il sale marino di Trapani, è lusso la tecnologia delle comunicazioni. Può essere lusso finanche l'Ape Calessino della Piaggio che negli anni '50 portava a spasso a Capri le dive di Hollywood e oggi trova nuova vita ecologica in versione elegante e rétro, come quella di un tempo, ma elettrica. Dopo Milano, la mostra verrà portata a New York, Shanghai e Seoul, e significativamente le due capitali asiatiche sembrano essere oggi le naturali attrattrici di un tema simile insieme alla grande mela, da un lato, e alla Milano della moda e dell'Italian style, dall'altro.
Ci si riempie spesso la bocca dicendo che l'Italia è stata sempre un simbolo dell'idea di lusso inteso come bellezza del paesaggio, arte e ricchezza culturale, eleganza innata del territorio, delle persone e delle città. Tutto questo oggi fa a pugni da un lato con la rappresentazione kitsch e deteriore del lusso e di alcuni suoi rappresentanti nel nostro paese, che riconducono il lusso alla dimensione etimologica della «luxuria» latina, cioè alla sovrabbondanza, all'eccesso, alla pletora simbolica e nauseabonda di simboli di ricchezza, sesso e potere. Dall'altro lato, l'idea di una qualità del lusso cozza contro quelle rappresentazioni pacchiane, quella democratizzazione apparente del lusso cui molti si illudono di poter accedere, anche solo per un giorno, magari indebitandosi per tutta la vita.
La sfida dello sprecoIl lusso non è semplice sinonimo di ricchezza, ma consiste, più che nell'ostentazione, nell'incorporazione nei beni di valori come la qualità, la rarità, la durata, la fattura artigianale, la personalizzazione. In questo senso il lusso va oltre il semplice consumo, sia pure ostensivo, come lo chiamava Thorstein Veblen, ma ha a che vedere con il «lussare» nel senso della lussazione, un termine che rende visibile l'atto del «mettersi di traverso», dell'interrompere, dello «scivolare altrove», e che mostra il lusso come un piacere che esorbita dal quotidiano e che eccita i sensi rispetto alla media del vivere e del sentire. Impossibile, in questo senso, immaginare una «democratizzazione del lusso».
Il lusso contemporaneo presenta motivi molto vicini a quella distinzione che oltre un secolo fa Georg Simmel indicava come qualcosa che fa appello al rapporto tra l'individuo e il rischio dell'eccezionale, la sfida dello spreco e tutto ciò che fuoriesce dalla legge dell'utile e del funzionale. Vi sono strategie semiotiche, estetiche e culturali che producono l'idea stessa della lussuosità. Queste strategie creano una nuova aura di unicità intorno all'oggetto o al bene di lusso, il cui possesso o la cui fruizione diventa eccezionale e spezza, lussa, appunto, la serialità della produzione di massa delle merci e dei segni.
Confini mobiliUna pubblicità recente di automobili, che fonda il suo Leitmotiv sul fatto che «il lusso è un diritto», gioca però provocatoriamente sul dissidio intrinseco contenuto nel messaggio verbale. Per enunciarlo, l'attore Vincent Cassel si sdoppia e risponde alla domanda «Cos'è il lusso?» con diverse battute in due toni diversi: aggressivo e pacato. Con aggressività enuncia le qualità apparenti: feste, gioielli, vivere negli eccessi, puntare al massimo, avidità, non essere mai soddisfatti. Con pacatezza dichiara invece la morte dell'ostentazione e il fatto che il vero lusso stia nelle cose più semplici, tra le quali ovviamente l'utilitaria glamour in questione.
Convincente o meno, questa pubblicità viene in questi giorni parodiata nell'interferenza culturale della Rete della Conoscenza che lancia la campagna «I diritti sono un lusso» sul tema della disoccupazione giovanile, dei tagli alla scuola, all'università pubblica e al diritto allo studio. Il messaggio rende esplicita una caratteristica fondamentale del lusso, cioè che il suo confine si sposta sempre, che ciò che sembra un lusso oggi, ieri era un dato acquisito, che in certi luoghi del mondo sia l'acqua a essere un lusso, e che del lusso in senso profondo, qualitativo, l'essere umano non possa fare a meno.

martedì 13 settembre 2011

Linguistica informatica - programma 2011-12


Corso di laurea di II livello:
Lingue moderne per la cooperazione internazionale (LM-38)

curriculum: Lingue moderne per la cooperazione internazionale e
Lingue moderne per il turismo sostenibile



Sociosemiotica del web
Testualità digitali; turismo sostenibile e web 2.0; cittadinanza, politica e socialità in rete; la serialità nella comunicazione “convergente”.        

Testi di studio:
o       C. Attimonelli e A. D’Ottavio, “To be continued. I corpi nella serialità televisiva”, Bari, CaratteriMobili, 2011.
o       P. Calefato, “Metamorfosi della scrittura. Dalla pagina al web”, Bari, Progedit, 2011.
o       G. Granieri, G. Perri, a cura, “Linguaggi digitali per il turismo”, Milano, Apogeo, 2010.
o       G. Riva, “I Social Network”, Bologna, Il Mulino, 2010.

Sociolinguistica programma 2011-12


Corso di laurea di I livello
Culture delle lingue moderne e del turismo (L-11)
curriculum: Lingue e culture per il turismo


Scrittura, corpo e mass-media
 Il corso analizzerà il rapporto tra i discorsi sociali e il linguaggio (verbale e non verbale): moda, giornalismo, cinema, arte, fumetto, cultura “pop”.

Testi di studio:
o       P. Bowman, “Studi culturali e cultura pop”, a c. di F. Bernardi, Bari, Progedit, 2011.
o       P. Calefato, “Metamorfosi della scrittura. Dalla pagina al web”, Bari, Progedit, 2011.
o       P. Calefato, “La moda oltre la moda”, Milano, Lupetti, 2011.
o       R. Scelzi e V. Pellicani, a cura, “I segni del corpo”, Bari, Progedit, 2011.
.

mercoledì 6 luglio 2011

Convegno GABRIELE D’ANNUNZIO PADRE DELLO STILE ITALIANO





Aurum, Pescara – 8 luglio 2011
a cura di Giordano Bruno Guerri

MATTINA, 10:00

Saluti delle Autorità, del Dott. Luciano Scala, Direttore generale degli Archivi di Stato  e di un rappresentante della Brioni
Introduzione di Giordano Bruno Guerri,
Presidente del Vittoriale degli Italiani


Presiede e interviene Stefania Giacomini (10.30-11.00)


Sofia Gnoli, Verso una moda italiana 1900-1940 Tentativi per la creazione di una moda nazionale (11.00-11.30)


Patrizia Calefato, Moda e Società di massa (11.30-12.00) [clicca qui per aprire la mia presentazione]



Rocco Mannella, Figli di d’Annunzio. Lo stile del Vate nell’immaginario contemporaneo della moda maschile (12.00-12.30)



PAUSA PRANZO

POMERIGGIO, 14:30

Presiede e interviene il Soprintendente archivistico per il Lazio Dott. Donato Tamblè

Isabella Orefice, Mondanità, arte e moda nelle muse di d’Annunzio (14.45-15.15)



Saluti di Litrico e della Dott.ssa Stefania Ricci, Direttrice del Museo Ferragamo. (15.15-15.45)

Patrizia Lo Cicero, “Tu sai che la nostra povertà è sempre magnifica, anzi magnificissima”. D’Annunzio e la “magnificenza” nell’abbigliamento attraverso l’analisi di documenti archivistici del Vittoriale degli Italiani (15.45-16.15)


Erika D’Arcangelo, I tessuti Lisio nel tempo di d’Annunzio (16.15-16.45)


Antonietta Folchi, Moda e dintorni nel carteggio d’Annunzio-Treves (16.45-17.15)

  
Paola Sorge, D’Annunzio arbiter elegantiarum tra Ottocento e Novecento (17.15-17.45)


(Fine 18.30)


Gli atti del Convegno verranno pubblicati in un numero apposito dei Quaderni del Vittoriale.






                                   

mercoledì 1 giugno 2011

Corsi pre-universitari: ultimo incontro

L’ultimo incontro dei Corsi di orientamento pre-universitari su “Il linguaggio dei mass-media” si terrà lunedì 6 giugno 2011, in occasione dell’inaugurazione della Mostra “150 anni nei panni delle donne”. L'incontro si svolgerà dalle ore 16.30 nel Salone degli Affreschi dell'Ateneo (ingresso da P.za Umberto, salire le scale di fronte, subito dopo l'atrio).



Si inaugura il 6 giugno prossimo con un Seminario introduttivo, alle ore 16.30 nel Salone degli Affreschi dell’Università, la mostra organizzata dal Comitato Pari Opportunità dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro in collaborazione con l’Atelier 1900 “150 anni nei panni delle donne: tra suggestioni del diritto e regole della moda”.
L’iniziativa intende dimostrare come siano mutati i costumi e le regole della moda femminile parallelamente all’affermarsi dei diritti delle donne nei 150 anni della storia d’Italia. Esiste un rapporto tra la libertà femminile e il cambiamento delle mode? Dalla crinolina, ai pantaloni, alla minigonna, cosa è cambiato nella dignità e nell’autonomia delle donne italiane? Quali e quante donne hanno avuto un ruolo decisivo nel costituirsi di una moda italiana intesa allo stesso tempo come carattere originale del paese e come sua immagine forte sul piano internazionale?
A queste domande risponderanno nel seminario, introdotto dal Magnifico Rettore Corrado Petrocelli, la storica della moda Sofia Gnoli, la semiologa Patrizia Calefato, la giurista Luisa Giorgio e i due curatori di 1900 Vito Antonio Lerario e Luciano Lapadula.
La mostra, aperta fino al 17 giugno (orario lun.-ven.: 10,30-12,30; 15,30-18,30) contiene, accanto ai testi delle principali leggi che riguardano le donne, abiti e accessori unici dal 1860 a oggi collezionati da 1900, insieme a fotografie realizzate appositamente per questa occasione da Gaetano Giordano.









Argomenti

Arte e spettacolo (4) Comunicazione e pubblicità (5) Comunicazione politica (5) Convegni e conferenze (28) Corsi di orientamento pre-universitari (7) Corsi di orientamento pre-universitari 2011-12 (1) Fashion Theory (19) Femminismo (2) Lezioni Linguistica informatica 2011-12 (8) Lezioni Sociolinguistica 2011-12 (8) Lezioni Sociolinguistica 2012-13 (6) Lezioni Sociolinguistica 2013-14 (4) Linguistica generale 2013-14 (5) Linguistica generale 2014-15 (12) Linguistica informatica 2013-14 (2) Linguistica informatica 2014-15 (6) Materiali Analisi socio-antropologica del prodotto di moda (1) materiali Linguistica informatica 2008-2009 (6) materiali Linguistica informatica 2012-13 (7) Materiali Linguistica Informatica Magistrali 2009-2010 (8) Materiali Linguistica Informatica Triennali 2009-2010 (1) Materiali Sociolinguistica Laurea Magistrale 2009-2010 (3) Materiali Sociolinguistica Laurea Triennale 2009-2010 (1) materiali sociolinguistica magistrali 2010-2011 (9) Materiali Sociolinguistica specialistica 2008-2009 (1) Materiali Sociolinguistica triennale 2008-2009 (2) materiali sociolinguistica triennale 2010-2011 (9) materiali Sociologia dei processi culturali (SPRISE) (1) Presentazioni per il libro Gli intramontabili (5) Programmi 2008/2009 (6) Programmi 2009-2010 (6) programmi 2010-2011 (4) programmi 2011-12 (3) programmi 2012-2013 (4) Programmi 2013-14 (4) programmi 2014-15 (4) programmi 2015-16 (2) Ricevimento studenti (1) Scienze del servizio sociale 2017-18 (1) Socio-semiotica della contemporaneità (12) Sociologia dei processi culturali - SSS 2015-16 (6) sociologia dei processi culturali e comunicativi Lingue 2014-15 (4) Sociologia dei processi culturali e comunicativi Lingue 2015-16 (11) Sociologia Taranto 2014-15 (10)