lunedì 30 giugno 2014

Sotto gli occhiali niente, ma anche tutto il fascino

(Da "La Gazzetta del Mezzogiorno del 29/6/2014)

Chi l’ha detto che d’estate i corpi tendono solo a scoprirsi? Certo, fa caldo, ci si alleggerisce, si ripongono negli armadi invernali calze, maglioni, guanti e giacche; le braccia, le gambe e i décolleté si liberano di maniche, pantaloni lunghi e colli a prova di mal di gola. E’ alla testa però che succede qualcosa di strano e curiosamente inverso rispetto alla generale tendenza. La testa d’estate infatti non smette di ricoprirsi: con i cappelli, saggi riparatori dai raggi solari, ma soprattutto con gli occhiali da sole, a proposito dei quali, più che di testa in generale, parliamo di volto in particolare. Tratto distintivo, e all’estero spesso stereotipato, dell’“italianità”, certamente gli occhiali da sole si indossano sia d’estate che d’inverno, soprattutto in quei luoghi del Bel Paese dove anche a gennaio può esserci una luce naturale intensa, Sud o alta montagna che sia. E’ però specialmente nella bella stagione che gli occhiali da sole svolgono a pieno la loro funzione primaria di proteggere i nostri occhi dai raggi ultravioletti, minaccia seria per la vista.
 Non è da molto tempo nella storia dell’umanità che la protezione degli occhi dal sole viene affidata alle lenti. L’uso di cristalli e pietre preziose smerigliate per ingrandire le immagini è testimoniata nell’antichità latina, mentre le prime lenti da vista compaiono intorno al Tredicesimo secolo. Ma l’oscuramento delle lenti allo scopo di temperare la luce naturale ha una storia molto più recente, che risale appena alla fine dell’Ottocento, con i primi tentativi, e poi decisamente al Novecento. Precedentemente, solo i popoli dei ghiacci, come gli Inuit, avevano usato pezzi di legno o di osso sugli occhi che lasciavano la possibilità di vedere attraverso un piccolo buco al centro, allo scopo di sopportare la luce micidiale riflessa delle loro latitudini. Presso altre società si ricorreva invece ai tessuti avvolti intorno al viso, ai veli, ai cappelli a falde larghe e con visiera, agli stessi capelli, quando tutto mancava per proteggersi.
Le “protesi” scure fatte di vetro e tenute ferme dietro le orecchie in forma di occhiali si diffusero in modo crescente a partire dall’uso che intorno agli anni ’30 del Novecento ne fecero per primi gli aviatori e i piloti automobilistici.  La moda è stata spesso debitrice sia della guerra che dello sport: moltissimi usi, segni ed oggetti di moda, come nel caso degli occhiali da sole, si sono ispirati alle divise militari, da un lato, e alle tenute sportive, dall’altro. Tanto da far pensare che una delle funzioni delle guerre sia stata quella di compensare la distruzione di vite e territori attraverso la conservazione simbolica o fisica di indumenti e accessori legati alle uniformi. L’ispirazione sportiva si spiega invece nel fatto che, proprio a partire dal primo Novecento, lo sport diviene una forma di intrattenimento, spesso spettacolare, destinato alle masse, esattamente come la moda, che nella modernità non è più una prerogativa aristocratica e cortigiana, ma una forma di socialità quotidiana.

Nel 1937 Edwin Land fondò la Polaroid, che cominciò a produrre in serie occhiali da sole con il filtro polarizzante inventato proprio da Land. Protezione degli occhi e glamour divennero a questo punto un binomio inscindibile, dal momento che la moda, il cinema e la pubblicità iniziarono a diffondere nell’immaginario sociale l’idea di mistero, fascino, forse anche malìa, trasmessa da uno sguardo che si nasconda sotto oscure lenti. I divi di Hollywood li usarono come maschera per giocare al nascondimento/riconoscimento. Le pagine delle riviste di moda dell’epoca classica di “Vogue” e “Harpers’ Bazaar” – tra i ’50 e i ’60 – si riempirono nei mesi estivi di modelle occhialute. Fu merito degli occhiali da sole di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (1961), gli intramontabili Wayfarer, la valorizzazione positiva della donna con gli occhiali, per lo meno con gli occhiali da sole. Proprio il cinema hollywoodiano aveva invece spesso enfatizzato negativamente i personaggi femminili dotati di lenti da vista: maestro di questa operazione fu Alfred Hitchcock, che per esempio in Vertigo (La donna che visse due volte, 1958) contrappose simbolicamente la bellissima ma colpevole Kim Novack, di cui si innamora il protagonista James Stewart, al personaggio della disegnatrice di moda interpretato da Barbara Bel Geddes, che però porta ahimé gli occhiali e che pertanto può essere per lui nulla più che una “fraterna” amica. Certo, Marilyn Monroe aveva “giocato” con il fascino degli occhiali da vista nel film Come sposare un milionario (1953), dove interpretava la parte di una modella terribilmente miope, ma lei era un’eccezione, appunto.
Mentre gli occhiali da vista segnalano comunque simbolicamente una condizione di handicap del corpo, sia pure lieve e comune alla maggior parte degli esseri umani, gli occhiali da sole sembrano invece esprimere una condizione di potere del corpo: non si sa cosa lo sguardo possa nascondere, potenzialmente tutto o niente, in ogni caso qualcosa che si sottrae all’interpretazione univoca da parte dell’altro. Intendiamoci: ragioniamo su segni i cui significati si legano a sfumature, e che possono spesso capovolgersi nel loro contrario. Che senso dare, per esempio,  all’immagine del musicista jazz Miles Davis in quella copertina storica del disco ‘Round Midnight del 1957, in cui gli occhiali da sole contribuiscono in modo determinante a rendere la sua espressione distaccata e calma, con un po’ di malinconia, e a farne l’emblema cool del suo genere musicale? Da quella versione cool sono derivati, nel cinema, gli occhiali celeberrimi dei Blues Brothers (1980), quelli delle Jene di Quentin Tarantino (1992), quelli dei Men in Black (1997 e 2002). Coronamento cinematografico, il techno-cool di Neo, protagonista della saga di Matrix (1999-2003).
Gli occhiali da sole sono un capo di moda verso cui genere maschile e genere femminile sembrano ugualmente molto interessati, insomma. Prova ne siano, per gli uomini, altri pezzi storici, che dal cinema hanno segnato la moda, come i Persol di Marcello Mastroianni in Divorzio all’italiana (1962), di Steve McQueen nel film icona di stile Il caso Thomas Crown (1968), di Daniel Craig che in Skyfall (2012) prosegue la lunga tradizione degli 007 occhialuti.  
Qualche giorno fa il maggiore gruppo mondiale degli occhiali, Luxottica, ha commissionato al più celebre blogger fotografico di moda, Scott Schuman autore del Sartorialist (www.sartorialist.com), il progetto Faces by the Sartorialist (facce da Sartorialist) destinato a ricercare per le strade delle città del mondo in cui già il blogger lavora, da New York a Firenze a Stoccolma, tutte le facce con gli occhiali che possano rappresentare un’originale eleganza di strada. Ce ne saranno certamente di ogni tipo: ma tra gli occhialoni chiari da nerd e le lenti scure più cool sarà una bella competizione.
La stessa Luxottica ha da poco anche siglato un accordo con Google per realizzare il design e l’innovazione di una nuova generazione dei Google Glass, gli occhiali che rendono accessibile e indossabile la “realtà aumentata”. Una realtà che ha certamente delle componenti oscure sulla sua superficie, o su quella degli occhiali che ce la sveleranno.




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Non è da molto tempo nella storia dell’umanità che la protezione degli occhi dal sole viene affidata alle lenti. L’uso di cristalli e pietre smerigliate per ingrandire le immagini è testimoniata nell’antichità latina, mentre le prime lenti da vista compaiono intorno al Tredicesimo secolo. Ma l’oscuramento delle lenti allo scopo di temperare la luce naturale ha una storia molto più recente che risale agli anni ’20 del Novecento. Solo i popoli dei ghiacci, come gli Inuit, per sopportare la luce micidiale riflessa delle loro latitudini, usavano sin dall’antichità coprirsi gli occhi con pezzi di legno o di osso che lasciavano la possibilità di vedere attraverso un piccolo buco al centro. Presso altre società si ricorreva invece per proteggersi ai tessuti avvolti intorno al viso, ai veli, ai cappelli a falde larghe e con visiera, agli stessi capelli, quando tutto mancava.


martedì 6 maggio 2014

Se il corpo in scena fa vivere le immagini: "Pupilla" di Valeria Magli

“E’ la tua pittura una forma di danza, o Valeria col piede pensante”, scrisse nel 1983 Francesco Leonetti a Valeria Magli. Bolognese, laureata in Filosofia con Luciano Anceschi, Magli propone un genere unico in cui il corpo è al centro, in cui ogni muscolo e ogni nervo è pensiero, concetto, elemento di connessione.
Incontro Valeria Magli a Ruvo di Puglia, presso il teatro Comunale, dove sta ultimando la preparazione della prima nazionale (Bisceglie, Teatro Garibaldi, 3 maggio) di Pupilla 1983-2014. Trentuno anni che riannodano i pensieri e i movimenti: nello spettacolo del 1983 era lei sola in scena, oggi sono tre giovani ballerine della Dance-Haus Company di Milano a interpretare le molteplici figure attraverso cui vive la protagonista di Pupilla: Chiara Monteverde, Armida Pieretti e Susan Vettori. Magli torna in Puglia dopo 14 anni: era stata l’ultima volta a Bari, presentando una performance nell’ambito dell’iniziativa Tra il dire e il fare dedicata al pensiero e alla creatività femminili, e prima ancora aveva partecipato, agli inizi degli anni ’90, a un’altra iniziativa sullo stesso tema presso Santa Scolastica. Trova entusiasmante questo pezzo di Puglia che conosce, la trova ospitale e bellissima, soprattutto guardando il mare dall’alto del giardino del Teatro di Ruvo nella cui foresteria è anche ospite per alcuni giorni nei quali ha incontrato i ragazzi del Liceo Coreutico di Bisceglie. “E’ un luogo bellissimo, questo” dice, “sarebbe un ambiente fantastico per una scuola estiva internazionale per giovani artisti, basterebbe potare un po’ d’erba e riallestire gli interni, molto semplicemente: ho chiesto agli operatori locali dei Teatri abitati e del Teatro Pubblico Pugliese di pensarci, io sono pronta a collaborare”.

Poi entra decisamente nell’argomento che le sta a cuore: questa Pupilla che nacque, appunto, nel 1983, e che oggi rivive, attualissima come il pensiero-movimento-corpo che la sorregge. Pensiero, movimento e corpo di donna, innanzi tutto, possibili anche in base a relazioni molto caratterizzate dalla presenza femminile che si sono attivate per darle vita. A cominciare da quella che la sorregge oggi: il progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Coreography) ideato e diretto dalla critica di danza Marinella Guatterini, che è dedicato alla memoria degli ultimi decenni della danza contemporanea in Italia attraverso otto lavori di otto artisti. “Il modello di relazione con persone come la direttrice della scuola di danza da cui provengono le tre ballerine di oggi, la tecnica delle luci, la restauratrice dei costumi, originariamente creati da me stessa”, dice Magli, “vorrei che fosse un modello per le giovani, soprattutto in questo spettacolo in cui le ispirazioni visuali sono molteplici, le musiche e le parole (da Debussy a Fauré, da Pascoli a Saba) anche, ma in cui sono in scena le possibili vite di una donna che pensa e racconta se stessa”. 
In Pupilla il corpo in scena fa vivere delle immagini: si parte da quella della Contessa de Beaumont, fotografata da Man Ray, vestita per una di quelle feste che lei e suo marito organizzavano spesso sul finire degli anni ’20. “La festa era un’occasione culturale, in quel tempo” dice Magli. “I luoghi del lusso e del divertimento erano frequentati da artisti, poeti, pensatori, erano tutto il contrario del lusso festaiolo pacchiano di oggi”. Nelle mani la contessa ha due marionette in forma di teste: la danzatrice replica questa figura con due maschere di donna che poco a poco si trasformano in burattini e poi in bambole, “effigi dell’umano”, dice Magli.  E’ la prima scena, quella della “signora”, “una signora un po’ stanca che torna a casa e comincia a pensare a quello che è e che è stata”. Così prende vita la seconda immagine, “le bambine”, che “rimanda al mondo dell’infanzia con i giochi teneri e le cantilene, ma anche con i suoi misteri e le sue perversioni”. Le turbe adolescenziali fanno poi spazio al terzo “quadro”, la “femme moderne”, ispirata alla foto di Max Ernst La preparation de la colle d’os (1921), di cui è protagonista il corpo meccanico, il corpo-macchina, percorso da tubi e cavi di alimentazione “come quello di un robot o di una persona in coma la cui vita è alimentata da macchine e cannule”. Torna nella quarta scena la bambola, che dà vita alla foto Die Puppe del surrealista Hans Bellmer (1933), in cui la donna è ritratta come una bambola fatta di pezzi di corpo, arti, seni, piedi fasciati in calzini corti e ballerine-bebé. E’ una “bambola snodabile” che nella performance di Magli esce dall’immaginario maschile di donna smontabile e rimontabile come la vuole il suo “creatore”, e si mette a vivere di vita propria, mentre intorno a lei gli uomini non sono che omini Michelin, “proprio quelli dei camionisti”, dice l’artista. Infine, la quinta scena è il “girotondo”, la danza che fa vivere il mondo. Ora la vita appare in tutte le sue forme, si rompe alla fine lo schermo (nel 1983 era lo specchio) che ci rimanda un’immagine piatta e monotona, mentre l’arte e l’immaginario ci offrono gaiamente la molteplicità del vivere.




 Il senso di un'esperienza: nacque con "Alfabeta"
Sono stati fondamentali nella formazione della cultura italiana di fine Novecento i quasi dieci anni di vita (1979-1988) della rivista “Alfabeta”, che rappresentò forse l’ultima esperienza di “avanguardia” novecentesca, e che ebbe nella sua redazione figure di scrittori, filosofi, semiologi, artisti, come Nanni Balestrini, Umberto Eco, Maria Corti, Francesco Leonetti, Gianni Sassi, Omar Calabrese, Carlo Formenti. Quest’ultimo ha poi fondato nel 2010 “Alfabeta 2”, rivista che però, nel nuovo secolo, contempla ovviamente prospettive e tagli teorici piuttosto distanti dall’ “Alfabeta” originaria.  Nei tanto vituperati anni ’80 presero invece vita intorno a quella rivista teorie umanistiche e pratiche artistiche che si incrociavano in modo innovativo, che generarono dibattiti impensabili solo fino a qualche anno prima in Italia e formarono così parte della generazione che non si sentiva più a suo agio nella rigidità ideologica degli anni ‘70. Fu in quel clima culturale che nacque, originale e sofisticata, l’esperienza di danza di Valeria Magli, che alla rivista collaborò e di cui su “Alfabeta” scrissero molti autori. (P.C.)

Box 2 Magli
L’abito è essenziale nel lavoro di Valeria Magli. Lei stessa disegna i costumi di scena, prendendo ispirazione dalle immagini che intende “far parlare”, dai concetti che vuole esprimere, dalle figure dell’immaginario. Ai suoi abiti si è recentemente ispirata una stilista russa, Svetlana Bezva, nella sua collezione 2013-14, che rielaborano le immagini della bambina e della bambola “traducendole” in forme e colori.


                                                                                                                                                                                        

mercoledì 30 aprile 2014

Lezione di Louise Wallenberg




Dipartimento di Lettere Lingue Arti
Dipartimento di Lettere Lingue Arti.
Italianistica e culture comparate

Martedì 6 Maggio, ore 10.30 - Via Garruba 6 – Laboratorio 1 (I piano)


Louise Wallenberg
(Università di Stoccolma)

Terrà una lezione su:

Anonymity, exchangeability and stardom:
from mannequins, to models, to supermodels - and back again