domenica 11 aprile 2010

“Macchine” e linguaggio: l’automazione segnica delle nuove tecnologie comunicative*















































*Relazione presentata al convegno The Relevance of Rossi-Landi’s Semiotics Today, Bari, Università degli studi, 14-16 novembre 2002. Pubblicata in “Athanor”, 7, n.s., Lavoro immateriale, a c. di S. Petrilli, Roma, Meltemi, 2004, pp. 223-231, ora in P. Calefato, Nel linguaggio, Roma, Meltemiexpress, 2004.








Apro questo intervento raccontandovi in breve sintesi un racconto di fantascienza di Arthur C. Clarke, I nove miliardi di nomi di Dio (1953), un classico del genere molto tipico degli anni ’50 contenuto in italiano in una di quelle splendide raccolte einaudiane, Le meraviglie del possibile (1959). Sono particolarmente affezionata a questo racconto che utilizzai anche come metafora del rapporto parola/morte/tecnologia in uno dei miei primi scritti, Tempo e segno, del 1983. Ecco di cosa parla il racconto:
Una famosa ditta americana di informatica riceve da alcuni monaci buddisti la commissione di costruire un calcolatore dotato di una particolare informazione. La macchina dovrebbe essere modificata in modo tale da stampare lettere invece che cifre (pensate che a quel tempo i calcolatori erano oggetti enormi - non erano ancora state inventate le microtecnologie che oggi tutti noi utilizziamo nei personal computer - e producevano dati in linguaggi formali su schede perforate) al fine di rendere più veloce una operazione a cui i monaci stavano lavorando da circa 300 anni. L’operazione consiste nel riuscire a fornire tutte le combinazioni possibili di lettere appartenenti a un alfabeto inventato dai monaci, combinazioni che contengano tutti i possibili nomi di Dio, circa 9 miliardi. La ragione di questo rituale è che Dio stesso, secondo i monaci, si è posto come fine quello di venire nominato dalle sue creature, e quando tale operazione sarà finita, sarà anche finita ogni ragione di esistenza dell’uomo e del mondo. La macchina dovrebbe riuscire a svolgere questo compito in un tempo infinitamente più breve rispetto ai 1500 anni che il lavoro richiederebbe manualmente. Così, in cambio di una cifra considerevole e con parecchio scetticismo verso la convinzione dei monaci, la ditta americana costruisce questa macchina e manda due tecnici, Chuck e George, in Tibet per collocarla nel monastero e per cominciare a farla funzionare nella direzione richiesta. Nello splendido scenario delle montagne himalayane, Chuck e George avviano il lavoro dell’elaboratore che svolge in pochi mesi, anche meno del previsto, la sua funzione: il racconto si concentra così sul momento in cui i 9 miliardi di nomi stanno per essere completati e i due tecnici, assolutamente increduli e abbastanza timorosi dell’ira che prevedono nei monaci quando scopriranno che, completata l’opera del calcolatore, non succederà proprio nulla, si allontanano dal monastero. Ma proprio mentre i due stanno per raggiungere l’aereo che viene a riprenderli, proprio mentre la macchina sta ultimando le combinazioni possibili…

-          Guarda, - mormorò Chuck, e George alzò gli occhi al cielo. (C’è sempre un’ultima volta, per tutto).
Lassù, senza tanto chiasso, le stelle si stavano spegnendo (Clarke 1953, p. 525).

Lascio per ora questa bella storia alle sue suggestioni e passo alla esplicazione di cosa intendiamo per “macchina” alla luce della “Omologia fra produzione linguistica e produzione materiale” di Rossi-Landi. La macchina si colloca a partire dal sesto livello della omologia, dove prende il nome di “meccanismo”. Scrive Rossi-Landi,

Le macchine sono utensili composti e organizzati finalisticamente, capaci di lavorare in maniera uniforme anche prescindendo dal come e dal dove vengano impiegati e da chi li impieghi. La lavorazione che l’artefatto è chiamato a svolgere quando ha assunto il rango di macchina è una lavorazione già presente, o anticipata, nella sua struttura (1985, p. 72).

Questa definizione fissa i caratteri primordiali della macchina, i quali si determinano non semplicemente in forma “tecnica”, ma socialmente:

La macchina, funzionando, si pone come qualcosa di pseudo-naturale che è stato generato dalla società. Essa reca e impone i suoi propri programmi (pp. 72-73).

La dimensione sociale della macchina viene assunta a livello della pseudo-natura, o con terminologia marxiana “seconda natura”: la macchina appare come naturalmente orientata a svolgere il suo compito proprio per questa sua capacità di anticipare nella sua stessa struttura la lavorazione che è chiamata a svolgere. Tale struttura assume anch’essa una connotazione sociale, dal momento che la macchina, per essere tale e non semplice utensile, necessita di una relazione tra almeno due pezzi che si condizionano reciprocamente (p. 73). Ognuno dei due pezzi deve avere una funzione precisa, ma non deve trattarsi di semplice contrapposizione in cui, se uno dei due prendesse il sopravvento, nulla di nuovo si formerebbe:

I due utensili – scrive Rossi-Landi – debbono invece trovarsi in opposizione e tale opposizione deve venir superata dialetticamente cioè dar luogo a una sintesi (ib.).

Esempi di tali macchine “meccaniche” nell’ambito della produzione materiale sono secondo Rossi-Landi i telai, le biciclette, i giradischi, i torni, le seghe elettriche, le macchine per scrivere (p. 72). Nell’ambito della omologa produzione linguistica, esempi di “macchine” di questo tipo sono i sillogismi:

Il sillogismo prende l’avvio da due enunciati (dall’enunciazione di due proposizioni), i quali sono messi a lavorare fra di loro. La conclusione è la somma dialettica delle due premesse (p. 76).

Secondo Rossi-Landi, è probabile che il meccanismo di tipo sillogistico sia legato alla scrittura, che egli intende, come direbbe Ponzio, non semplicemente come trascrizione, ma come qualcosa che fa parte di un più generale insieme costituito dalle “tecniche consolidate per il tramandamento orale del sapere” (ib.). In virtù di tali tecniche è possibile la creazione di macchine enunciative impersonali, a se stanti, in grado di funzionare a prescindere da quale individuo, in quale tempo o luogo le impieghi (p. 77). Come ci dimostra l’apprendimento del linguaggio infantile, l’acquisizione della “macchina” linguistica permette l’obiettivazione del mondo e quello che Rossi-Landi chiama “il formarsi della razionalità”.
All’ottavo livello dell’omologia Rossi-Landi colloca l’automazione (o meccanismo totale) che prevede non solo l’esistenza di meccanismi complessi e autosufficienti (presenti al settimo livello come “macchine capaci di svolgere lavorazioni plurime” – p. 78), ma macchine che comprendono anche

l’intera programmazione necessaria a passare da un meccanismo all’altro secondo un piano (p. 79).

La semplice programmazione si traduce in piano, in quella capacità che le macchine complesse hanno di passare da un livello ad un altro ed anche di programmare se stesse funzionando in modo autonomo. Una delle ultime possibilità che Rossi-Landi ebbe di parlare di questo tema risale al 1985, anno della sua morte, anno in cui ho avuto l’onore di partecipare a un seminario con lui, organizzato da Augusto Ponzio e tenutosi in questo stesso luogo, in questa stessa aula, sia pur prima della ristrutturazione della facoltà, con alcune delle persone che oggi sono qui, oltre a chi purtroppo non c’è più (oltre a Ferruccio, Vito Carofiglio). In quella sede egli si riferì esplicitamente all’elaboratore, o cervello elettronico o calcolatore, o computer, come esempio di macchina a meccanismo totale in cui la produzione materiale e la produzione linguistica si ricongiungono:

Si può salire lungo quello che io ho chiamato “schema omologico della produzione” fino a un certo punto, dove accade una cosa impressionante e cioè che le due produzioni confluiscono. Questa è una cosa degli ultimi pochi decenni: perché nella produzione del computer confluiscono un hardware, nel linguaggio dei tecnici, cioè un corpo materiale, la materia elaborata di cui è costituito il computer, e un software, cioè un programma, un insieme di rapporti logici esprimibili verbalmente. Quindi il non-linguistico, l’oggettuale e il linguistico ad altissimo livello di elaborazione sono confluiti l’uno nell’altro quasi sotto i nostri occhi. Io son abbastanza vecchio per dire che sono confluiti sotto i miei occhi, ma anche quasi soltanto sotto gli occhi delle persone più giovani qui presenti. E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un enorme rivolgimento. Noi produciamo degli oggetti che sono, per dirla in maniera troppo semplice ma percepibile, al tempo stesso materiali e linguistici, e ci siamo arrivati soltanto adesso con i computers più recenti (Rossi-Landi 1984, p. 171).

La geniale intuizione della omologia tra produzione materiale e produzione linguistica, motivata in Rossi-Landi dai fondamentali presupposti marxiani da cui egli partiva, esprime in queste sue ultime considerazioni interrotte dalla prematura morte, la sua capacità di anticipare e intendere questioni attualissime su cui si oggi misurano le scienze del linguaggio e le scienze sociali, in omologia reciproca.
Le architetture informatiche inglobano nella loro struttura materia segnica: il concetto di “materia segnica” supera, in questo contesto, la differenza che un teorico delle nuove tecnologie come Nicholas Negroponte pone tra gli “atomi” (la materia intesa in senso fisico, o meglio, “fisicalista”, che può cioè esser toccata, pesata, che occupa uno spazio) e i “bit” (l’unità minima dell’informazione digitalizzata che si basa sulla rappresentazione binaria 1/0). Possiamo considerare infatti, alla luce della teoria dei “residui segnici” di Rossi-Landi (1985, pp. 137-166), i “bit” come segni e gli “atomi” come corpi: tra di loro non vi è identità, ma relazione dinamica, interpretazione reciproca, possibilità di trasformarsi vicendevolmente l’uno nell’altro. In quanto segni, i cosiddetti “bit”, cioè ad esempio i dati che fluiscono nelle reti telematiche, quelli incorporati nella memoria di un computer, di un dischetto, di un CD rom o di un DVD, i pixel che compongono le immagini in video sul nostro teleschermo domestico, i flussi di informazione a distanza che attraversano i fili di rame o le fibre ottiche, sono tutte merci. Si tratta di merci il cui valore è da intendersi come valore comunicativo nel senso più ampio dell’espressione.
Secondo Rossi-Landi, le macchine totalmente automatizzate hanno inglobato in se stesse non solo i sistemi segnici verbali, ma anche i sistemi segnici non-verbali, realizzando una totale automazione segnica. Questo ha reso possibile, manifesto, quanto già esisteva in forma implicita e inconsapevole da centinaia di millenni per il semplice fatto che un sistema segnico, a cominciare dal linguaggio, è di per sé una macchina dalla complessità enorme la cui struttura è richiamata omologicamente dalle macchine a totale automazione. Come sottolineano Ponzio e Petrilli citando a loro volta Rossi-Landi, il linguaggio è inteso come macchina non soltanto nella formale dimensione della doppia articolazione verbale, bensì in una dimensione meta-semiotica complessiva (Ponzio e Petrilli 2002, p. 295). La doppia articolazione di cui ha parlato Martinet (1960) riguarda infatti il duplice rapporto che il segno linguistico verbale presenta a livello delle unità significative (i monemi, a loro volta composti di significante e significato) e delle unità distintive (i fonemi, di numero finito in ciascuna lingua e legati reciprocamente da rapporti di opposizione binaria). In virtù della doppia articolazione, il linguaggio verbale è in effetti, come ha notato Barthes, un codice digitale, che funziona per digits proprio come le macchine elettroniche (Barthes 1998, p. 181). La doppia articolazione risolve infatti la linearità del significante attraverso uno schema di funzionamento simultaneo a due piani. Tuttavia, nota Rossi-Landi in Between Signs and Non-Signs (1992, pp. 173-176), in questo seguito da Ponzio e Petrilli, che la teoria della doppia articolazione non tiene conto del lavoro sociale linguistico che caratterizza il linguaggio come esperienza e non come macchina formale. E’ questa complessità esperienziale, questo lavoro segnico sociale, che vive nella “macchina” come sua struttura portante, come linguaggio in essa incorporato, come memoria, in un certo senso. Quelle che definiamo nuove tecnologie non hanno dunque nulla di totalmente “nuovo”: esse, possiamo dire utilizzando le parole di Rossi-Landi, “in quanto sociali, costituiscono la forma raggiunta della materia come risultato del lavoro umano stratificatosi per decine anzi centinaia di millenni” (p. 80). Nella macchina, aggiunge lo studioso utilizzando un concetto marxiano, “il lavoro umano vivifica aspetti di per sé morti” (ib.).
La logica dei monaci buddisti di Clarke potrebbe essere perfettamente inclusa in questo orizzonte. Ma c’è, ovviamente, dell’altro.
L’automazione segnica, infatti, si completa a quel decimo livello dell’omologia che viene definito da Rossi-Landi della “produzione globale”, la quale riguarda il fatto che un dato artefatto, sia esso verbale o non verbale, esplicita, per così dire “racconta”, mostra, la totalità produttiva che lo ha generato (p. 83). Tutti i sistemi segnici oggettuali e verbali di una unità produttiva rivelano la totalità produttiva di cui sono il frutto. Questo si mostra oggi con particolare pregnanza proprio nelle “macchine” ad automazione totale che palesano sia quella che Marx nei Grundrisse (in quello che viene chiamato il “Frammento sulle macchine”) chiamava la powerful effectiveness di una società, cioè il sapere sociale nella macchina incorporato, quel knowledge divenuto “forza produttiva immediata” (Marx 1857-58, II, pp. 400, 403), sia la dimensione globale della riproduzione sociale complessiva. Tali macchine, infatti, non sono semplicemente il “risultato” del sapere sociale, ma costituiscono il sapere sociale in quanto tali, incorporando altresì la totalità dei sistemi segnici, dal momento che la loro dimensione reticolare le rende ubique, globalizzanti e globalizzate.
Vediamo nello specifico quali siano le qualità di tali macchine e quali aspetti dell’automazione segnica esse contengano. Allo stato attuale della ricerca, le macchine vengono definite come “agenzie” o “sistemi a molti agenti” (Somalvico 2002, p. 45). Si tratta di vere e proprie “macchine della comunicazione” (ib.), infatti esse progettano e regolano rapporti comunicativi automatizzati che intercorrono: tra diversi linguaggi naturali e/o formalizzati, tra esseri umani, tra l’essere umano e la macchina stessa, e, oggi con sempre maggiore incremento della ricerca, tra esseri umani e casa (ambito della domotica), la città (ambito della urbotica), la terra (ambito della orbotica) (p. 44). In generale, per definirle, si usa il termine di “elaboratore” (più completo di quello di “calcolatore”, che designa una macchina dalle applicazioni solo aritmetiche); se la macchina simula anche funzioni corporee umane si usa il termine (dalle suggestioni fantascientifiche démodé, ma di uso specialistico corrente) di “robot”.
I personal computer entrati nell’uso comune e collegati nella rete mondiale, i nuovi media e i vecchi media “reinventati” in virtù della rivoluzione digitale e informatica sono il risultato visibile, tangibile, di un concetto di “macchina” che oggi designa fondamentalmente le architetture complesse delle interfacce informative e comunicative. Sono queste “architetture” che costituiscono le più diffuse e conosciute macchine della comunicazione, nelle quali è percepibile il carattere segnico dell’automazione e la dimensione pervasiva che la comunicazione ha assunto nella riproduzione sociale. Nel suo “Schema della riproduzione sociale”, Rossi-Landi definisce appunto la comunicazione come “produzione-scambio-consumo segnici” (1985, p. 35), concetto condensato nel binomio “comunicazione-produzione” che Ponzio, soprattutto nei suoi lavori a partire dalla metà degli anni ’90, ha ulteriormente sviluppato alla luce dei caratteri portanti della cosiddetta “società dell’informazione”.
La struttura delle attuali architetture informatiche fa pensare, certo in misura ancora solamente metaforica, a quelle “comunità di calcolatori” di cui Rossi-Landi (1972, p. 297) ha parlato non escludendone in assoluto la possibilità di realizzazione concreta. Il modello semiotico del web, ad esempio, è un vero e proprio modello di interazione linguistica tra macchine che si scambiano “protocolli” in procedure simultanee di interpretazione e traduzione. Noi umani che utilizziamo la rete in qualità di “utenti” veniamo a contatto soltanto con il livello per così dire “visibile” e tradotto in codice alfanumerico di tali procedure: per esempio i diversi domini “http://” e le sequenze obbligatorie di codici che designano un dato percorso nel web o un indirizzo di posta elettronica. A tutto ciò sappiamo però che corrisponde un lavoro segnico incessante nella comunità delle macchine, di cui gli esseri umani certamente programmano i percorsi, ma che non sarebbe possibile senza la macchina in quanto principio di automazione segnica.
Le “macchine della comunicazione” dell’attuale generazione, cui si applicano in modo crescente le cosiddette nanotecnologie, sono macchine “ubique”. Spieghiamo meglio questi concetti. Il termine ‘nanotecnologia’ (come quello di ‘nanoelaboratore’ e ‘nanocomputer’) riguarda, come scrive Marco Somalvico (direttore del Dipartimento di Intelligenza artificiale e robotica al Politecnico di Milano), la realizzazione di quelle macchine dell’informazione, che si stanno sviluppando nell’attuale decennio, “dalle dimensioni inferiori a quelle del corpo umano” (2002, p. 48); fino a qualche anno fa si parlava, ci dice Somalvico, di “microtecnologie”, quelle che hanno permesso a partire dagli anni ’70 l’informatizzazione dell’intero corpo sociale, dalla Pubblica amministrazione all’uso personale, e che hanno consentito la produzione di macchine “dalle dimensioni paragonabili a quelle del corpo umano” (ib.); più indietro ancora, i macroelaboratori e i macrorobot degli anni dai ’40 ai ’60 (quelli cui fa riferimento Clarke nel suo racconto), avevano invece dimensioni molto maggiori di quelle del corpo umano.
E’ interessante notare come il linguaggio specialistico usi delle metafore e dei termini di paragone che chiamano in gioco il corpo umano. L’ubiquità delle macchine dell’informazione, infatti, ha oggi il corpo come vero protagonista: è la vicinanza segnica tra i corpi ad essere esaltata in un’istituzione come Internet; è l’emulazione di funzioni sensoriali, oltre che meccaniche, che le protesi corporee di ultima generazione propongono; è l’interazione corpo-ambiente, interazione vitale quindi radicalmente e basilarmente segnica, che le domotica e le ulteriori applicazioni delle nanotecnologie comportano. In questo senso, viene privilegiata la condizione wireless (senza cavi), cioè la possibilità di collegare con onde elettromagnetiche il corpo umano con tutti gli elaboratori e i robot presenti nell’habitat, e questi tra loro. Una condizione, questa, che sembrerebbe contraddire simbolicamente la condizione wired, cablata, collegata attraverso cavi, che veniva invece esaltata negli ultimi due decenni del XX secolo (“Wired” è anche il titolo di una celebre rivista americana dedicata ai temi delle nuove tecnologie su cui scrivono i maggiori esperti mondiali in tale campo). Somalvico ricorda come il computer portatile e il telefono cellulare costituiscano gli archetipi di quello che si definisce “computer ubiquo”, cioè una macchina dell’informazione che si trova “dovunque si trovi il corpo dell’essere umano” (p. 47). E non si tratta solo di una metafora: le nanotecnologie si applicano e si applicheranno infatti sempre più al corpo, verranno “indossate” proprio come già indossiamo, in un certo senso, il telefono cellulare e incorporiamo le protesi, comprese quelle come l’orologio o le lenti a contatto non necessariamente costituite da un microchip, o, come il by-pass, emulanti funzioni organiche vitali (v. Fortunati, Katz, Riccini 2002).
Tomás Maldonado, che di Rossi-Landi fu amico e che è a lui apparentato a mio parere da quella classe e complessità inconfondibile tipica di una certa generazione di studiosi, sottolinea come il corpo, tanto centrale e attuale nella nuova rivoluzione “nanotecnologica”, sia caratterizzato dalle due dimensioni portanti dell’artificializzazione e della trasparenza. Artificializzazione, perché non solo il corpo ingloba in sé artefatti meccanici, ma anche perché in esso si insediano “macchine” complesse come quelle dell’ingegneria genetica. Trasparenza, perché, dopo la realizzazione del “Visible Human Project”, ogni parte del corpo è completamente conoscibile attraverso, possiamo dire, la traduzione dei suoi “atomi” in “bit” ottenuti attraverso Tac, risonanza magnetica e simulazioni digitali. Il corpo in senso stretto è dunque divenuto totalmente segno.
Da parte loro, le macchine stanno “diventando noi”. Parafraso qui il titolo di un volume di prossima uscita a cura di James E. Katz, dal titolo Machines that Becomes Us (2003), nel quale l’autore sviluppa questo concetto seguendo l’integrazione fisica delle macchine nel corpo umano fino al loro divenire una “seconda pelle”. personal computer si stanno trasformando in wearable computer, macchine indossabili che possono servire a scopi medici, educativi, e comunicativi in senso generale. La tecnologia invade così il campo della moda confermando di questa il carattere segnico e “mondano” (v. Calefato 1992; 2002 b; v. Valli, Barzini, Calefato 2003). Come scrive in un recente articolo Ernesto Assante, citando Thad Starner, docente di computer science all’Università della Georgia, “le esigenze di comunicazione e mobilità si fanno sempre più grandi e la richiesta per macchine che siano in grado di interagire con noi in maniera semplice e trasparente aumenta di giorno in giorno”. E, prosegue Assante, “indossare la rete sarà il passo successivo, mettere in connessione i computer indossabili con il web aprirà scenari ancora più ampi e affascinanti” (Assante 2002).
Occorre fare a questo punto un passo indietro, che permette a mio parere di guardare le cose in una prospettiva più ampia, e, soprattutto, critica. Quando Rossi-Landi parla della “naturalità” che la macchina sembra possedere che le deriva - ricordiamo quanto detto sopra - dal fatto che essa anticipa già nella sua struttura la lavorazione che è chiamata a realizzare e impone i suoi propri programmi, egli include implicitamente in questo fenomeno quello dell’inversione tra ciò che è “naturale” e ciò che è invece il risultato di un rapporto sociale, inversione che è tale dal punto di vista di chi è artefice del rapporto sociale stesso, cioè del “lavoratore linguistico” umano. In questa inversione ritroviamo un concetto marxiano, quello del feticismo delle merci, in base al quale nella produzione capitalistica il prodotto del lavoro umano, cioè la merce (il segno nella concezione rossilandiana), viene eretto ad essere animato, mentre il suo produttore si aliena in essa, si reifica (Rossi-Landi parla conseguentemente di alienazione linguistica e segnica). Seguendo un percorso diverso, ma parallelo, questa inversione richiama anche il processo che secondo Roland Barthes è alla base della costituzione del mito contemporaneo, vale a dire la trasformazione in natura di ciò che è stato culturalmente elaborato. Come scrive infatti Barthes, “il mito trasforma la storia in natura” (1957, p. 210). In qualche modo ci spieghiamo così il fascino perverso della macchina, il sex appeal dell’inorganico di cui ha parlato Benjamin, la fiducia messianica o viceversa il millenaristico scetticismo rivolto nei confronti dell’automazione nella tradizione del “luddismo” storico, in quella della letteratura e del cinema di fantascienza, fino all’esperienza sociale quotidiana dei nostri tempi, nei quali le macchine della comunicazione ricoprono il ruolo di veri e propri miti in senso barthesiano. Basti pensare molto semplicemente al rapporto che ciascuno di noi intrattiene col proprio telefonino o con il proprio personal computer.
Il mito non è però qualificabile come vero o falso tout court: esso anzi nasconde sempre un pizzico di verità. La “verità” nell’inversione sopra descritta consiste nel fatto che in effetti c’è in un certo senso “natura” nella macchina: tale “natura” sociale è il linguaggio come congegno che modellizza il funzionamento di ogni macchina, che è macchina in quanto tale. Il lavoro di tale “macchina” linguistica vive nella macchina – e a maggior ragione nella macchina a base digitale e informatica – come “lavoro astratto” (in termini marxiani) incorporato nel sapere sociale che la macchina stessa vivifica e di cui essa necessita in modo sempre più ampio, in quanto essa è proprio, come si è detto, tale sapere sociale. Sta evidentemente ai rapporti umani, all’etica, alla politica, intese nel senso più ampio e nobile, stabilire se questo “lavoro astratto” debba stagnare come “lavoro morto” nell’ottica dell’alienazione segnica o possa invece potenziarsi secondo progettazioni sociali in armonia con la vita.
Nel suo libro Critica della ragione informatica (1997), Maldonado ricorda come sia in atto oggi “un cambiamento radicale nelle modalità di attuazione del disegno coercitivo del potere” (p. 90). Mentre nel passato tale disegno faceva ricorso all’indigenza informativa, oggi, ci dice Maldonado, “è l’opulenza informativa che viene privilegiata” (p. 91). Le macchine comunicative potenziano enormemente tale opulenza informativa, proprio per il tipo di “natura” metasemiotica che esse contengono. Solo che, come sottolinea Maldonado, accade che di fronte ad essa “il cittadino è destinato a reagire, prima o poi, con un crescente disinteresse” (ib.). L’eccesso di informazione si trasforma in una sorta di entropia semiotica (l’espressione è di Lotman 1993) in cui si manifesta a pieno l’alienazione segnica.
E qui io credo si dimostri come il racconto di Clarke citato all’inizio, malgrado il suo fascino e la sua tenuta narrativa, lasci il tempo che trova. Un Dio che abbia come fine la propria nominazione, infatti, non è un dio rispettabile: non credo francamente che una religione profonda e meditativa come il buddismo possa contemplare qualcosa di simile. Ma neanche un calcolatore che abbia fini nominalistici mi pare una macchina “rispettabile”, e qui ci aiuta la parentela macchina/linguaggio: linguaggio, infatti, non è nomenclatura - questo ce lo insegnano le scienze del linguaggio almeno dal Cratilo in poi - e men che meno abbiamo bisogno di macchine che ci aiutino ad elencare nomi: questo già lo fanno bene al giorno d’oggi le strategie in doppio petto blu del marketing e della pubblicità spacciate per “scienze della comunicazione”.
C’è un passaggio di uno scritto di Rossi-Landi a cui sono particolarmente debitrice e che mi sembra esprimere con un esempio unico le potenzialità implicite nel linguaggio come macchina e nella macchina come linguaggio. E’ il passaggio del suo lungo saggio sulle Ideologie della relatività linguistica, in cui parla di quella fase infantile in cui il piccolo essere umano tenta

di impadronirsi della macchina della lingua come soddisfattrice di bisogni: di mettersi nelle condizioni di produrne ogni volta ex novo le articolazioni in consonanza con la sua esperienza del mondo e del prossimo, di essere se stesso come parlante. Così egli gioca con le parole, le manomette e rimescola in varie direzioni; di ogni cosa chiede il perché; e si rende ben conto dell’interno significato umano delle parole che ha appreso (Rossi-Landi 1972, p. 172).
E’ una fase, continua Rossi-Landi, che può durare anche solo poche settimane: è una fase di passaggio, che viene “risolta” con l’inserimento del piccolo parlante nel sistema della riproduzione linguistica complessiva, attraverso risposte da parte degli adulti che dicono:

“Si dice così”; “è così perché è così”; questo non si dice; la tal cosa è la tal altra; e così via (ib.).

Ecco, io credo che quella fase infantile, prima dell’ingresso nell’ordine del discorso, possa essere assunta a metafora di una condizione di disalienazione linguistica e segnica, di progettazioni sociali in divenire di cui tutti noi necessitiamo soprattutto oggi, e su cui, qui sì, possiamo chiedere aiuto alla “macchine”. Non perché il mondo finisca (questo ahimè sta già minacciosamente succedendo), ma al contrario, perché la vita, i segni, abbiano dimora.

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