martedì 16 novembre 2010

venerdì 5 novembre 2010

Vestiti di parole

pubblicato in "il manifesto" del 26/10/2010



APERTURA   |   di Patrizia Calefato

  • Vestiti DI PAROLE
    Prospettive d autore sugli stili dell abbigliamento dall Ottocento a oggi, in un saggio di Daniela Baroncini. Dall elogio dell artificio in Baudelaire alle sfide lanciate dalle avanguardie fino all Italian Style, le cui atmosfere filtrano nell ultimo romanzo di Letizia Muratori Sole senza nessuno
  • La moda è costitutivamente letteraria. Non tanto perché di essa «parla» la letteratura, ma perché le ragioni e le tensioni che la motivano sono della stessa stoffa di cui la letteratura è fatta. A cominciare da quella «funzione estetica» di cui parlò negli anni '30 del Novecento Pëtr Bogatyrëv, tra gli esponenti di spicco del Circolo di Praga, che individuò nell'abito (in particolare nel costume popolare della Slovacchia morava) una gerarchia di funzioni - pratica, magica, rituale ed estetica - delle quali quest'ultima si poneva come quella in realtà meno «funzionale». Simile in ciò a quella funzione poetica della comunicazione che Roman Jakobson, negli stessi anni e nello stesso contesto intellettuale di Bogatyrëv, individuava nel linguaggio. Qual è infatti il significato della moda, e più in generale dell'abito, delle decorazioni, dei rivestimenti del corpo, se non quello di «essere alla moda», di affermare un principio di piacere leggero, che dipende dal - ma allo stesso tempo costruisce il - gusto come senso comune. Ciclicamente questo principio muta il gusto, a volte anche forzandolo, ma sempre agisce nel campo di quella stessa «infunzionalità» dei segni che fonda alla base anche la letteratura. 
  • La «moda reale», come la chiamerebbe Barthes, contiene dunque un'eccedenza di senso simile all'eccedenza segnica letteraria. Certo, va anche considerato come molto spesso l'infunzionalità estetica si converta in una funzionalità sociale per cui la moda diviene un elemento di distinzione e di rappresentazione di status. La funzione sociale del lusso nella storia nasce proprio da questa inversione di senso: uno strascico più lungo nel Medioevo, una griffe eccelsa oggi, ed ecco che la bellezza sublime e insensata di un abito diviene segno di potere o ricchezza. La letteratura, fortunatamente per lei, difficilmente incorre in simili avventure; oggi poi le capita sempre più di rado di venire ostentata come status symbol.
    I ninnoli di MallarméOltre alla «moda reale» esiste però, come lo stesso Barthes ci insegna, la moda descritta, la moda scritta, vale a dire il linguaggio che concerne la moda e che su di essa si forgia. Un linguaggio che non sempre è, in senso stretto, «letterario», ma che attraverso la moda lo diventa. Proprio un saggio sistematico e ponderoso ad esempio, qual è il Sistema della Moda di Barthes, venne definito dal suo stesso autore un «progetto poetico», nel senso che si trattava, scrisse Barthes in un'intervista del 1967, di «una sorta di filosofia del nulla»: «All'inizio non c'è niente, l'abbigliamento di moda non esiste, è una cosa estremamente futile e senza importanza, alla fine c'è un oggetto nuovo che esiste, ed è l'analisi che lo ha costituito». Non esiste nulla se non la parola che nomina, potremmo dire parafrasando ancora Barthes: in questo senso la moda è un sistema esemplare per la letteratura, perché proprio come la parola che dice la moda lavora sul «nulla del mondo», così nella letteratura è a partire dal nulla che si creano universi, si fanno nascere e vivere personaggi, si realizzano concatenazioni di tempi e di luoghi, si coniano nuove parole, si forgiano stili. 
    Barthes cita in questo senso Mallarmé, che come direttore e redattore de «La Dernière Mode», operò su «una sorta di variazione, a suo modo appassionata, sul tema del vuoto, del nulla», su quanto egli chiamava «il ninnolo». Ed è allo stesso Mallarmé giornalista di moda che il recente libro di Daniela Baroncini La moda nella letteratura contemporanea (Bruno Mondadori, pp. 154, euro 16) dedica un intero e istruttivo capitolo dove lo scrittore francese viene definito inventore di «un connubio del tutto originale tra moda e poesia». Interessantissima, dunque, l'esperienza della rivista che ebbe vita nel 1874, nella quale Mallarmé si valse dell'opera di scrittori ed illustratori d'eccezione, e in cui egli stesso si moltiplicò in una miriade di pseudonimi maschili e femminili, sotto i quali firmava generi diversi di articoli. Le maschere d'autore di scritture di moda erano in Mallarmé qualcosa di più che semplici strategie finalizzate al pubblico di lettori e lettrici: divenivano invece travestimenti veri e propri omologhi ai travestimenti della moda, al «carnevalesco» che fonda alla base il meccanismo del vestirsi e rivestirsi dei corpi. 
    Futurismo e quotidianitàNel libro di Baroncini, il riferimento a Mallarmé apre la riflessione sul rapporto tra moda e letteratura, insieme ai riferimenti al dandismo ed estetismo ottocentesco e al concetto di «artificio» in Baudelaire. Tutti questi elementi sono certamente i pilastri fondamentali del connubio tra moda e modernità, o se vogliamo dire meglio, del manifestarsi della modernità sotto l'aspetto della moda, nella letteratura non meno che in altri ambiti. Moda e morte, per Leopardi; moda come elogio dell'artificio, per Baudelaire; dandismo come costruzione della naturalezza tramite l'artificio e la maschera. Tre questioni dalle quali nasce e si alimenta la moda nella società di massa e dalla cui prospettiva la moda mette alla prova allo stesso tempo la sua intrinseca letterarietà, da un lato, il canone letterario, dall'altro. 
    Di questa sfida al canone furono consapevoli le avanguardie artistiche novecentesche, in particolar modo i futuristi, come Baroncini sottolinea nel capitolo che apre la parte del suo libro dedicata all'idea dell'abito d'artista. Un concetto, questo, che ritroviamo in Proust, e che passa attraverso il liberty di Gozzano e Guglielminetti, l'eleganza di De Pisis e Savinio, il concetto di maschera di Pirandello, Bontempelli e Rosso di San Secondo. Nel futurismo e nelle avanguardie in particolare, però, la moda entrò in gioco in modo esemplare, e non solo perché fu alla moda che fecero esplicito riferimento le opere pittoriche di Balla e Depero, il Manifesto della moda femminile di Volt (1920) e Contro il lusso di Marinetti (1920), ma perché, soprattutto in alcune componenti del futurismo, la moda venne per la prima volta messa in rapporto con la quotidianità. Un rapporto paradossale, ma proprio per questo assolutamente «letterario» e profondamente attuale oggi.
    Tra letteratura e giornalismoSono da rilevare in questo senso soprattutto due aspetti: il primo, come nota Baroncini, riguarda l'invenzione, nel Manifesto di Volt, di abiti e accessori che utilizzano materiali quali tappi di sughero, copertine di vecchi libri, lische di pesce e conchiglie, quasi come in un'arte del riciclo e del vintage ante litteram. Aggiungerei poi un secondo aspetto, che riguarda direttamente il rapporto tra moda e scrittura non in una immaginaria prescrizione, come quella del Manifesto della moda, ma in concrete pratiche come ad esempio i celebri disegni di Depero, per le copertine di «Vogue» e «Vanity Fair». Efficace emblema di questo rapporto è anche, oltre il Futurismo propriamente detto, il Robe-poème di Sonia Delaunay, del 1923, un vestito che riportava su di sé i versi della poesia di Tristan Tzara Le ventilateur tourne dans le coeur, e che precorre le T-shirt scritte, le scritte e i logo sugli indumenti, tutta la letterarietà, insomma, che riveste oggi costantemente i corpi e che configura «alla lettera» il sistema contemporaneo della moda.
    L'ultima parte del libro di Baroncini è dedicato al dominio letterario della moda nella contemporaneità, una definizione temporale che giunge però solo alla metà del Novecento, pur spingendosi un po' più avanti con Pasolini e Arbasino, e che assume come oggetto privilegiato il contesto letterario italiano. Di particolare interesse e originalità sono le pagine dedicate alle scrittrici che coniugarono scrittura letteraria e scrittura giornalistica dedicando un sguardo privilegiato alla moda da un lato come oggetto di curiosità culturale, dall'altro quale ambito in cui misurare il potere della scrittura come vero potere femminile. In questo senso vanno interpretate, ad esempio, le prescrizioni di bon ton e le ironie sulle manie delle fashion victims degli anni '30 di una scrittrice e giornalista come Irene Brin, pseudonimo inventato da Leo Longanesi per Maria Vittoria Rossi, poi firmatasi anche come Contessa Clara. O le cronache di Gianna Manzini, intreccio «squisito tra moda e cultura alta», di alcuni anni successive a quelle della Brin e anch'esse declinate attraverso vari pseudonimi che l'autrice assunse. 
    Dalle sartorie alle passerelleIl clima culturale e letterario italiano di cui sono emblema queste due scrittrici può senz'altro dirsi precursore di quell'Italian Style che fiorì, dopo la cesura della Guerra mondiale, negli anni della ricostruzione e poi del boom. Con il concetto di Italian Style si intende un virtuoso intreccio di culture in cui la moda, tra gli anni '50 e '60 del Novecento, si coniugò a tutto campo al cinema, all'arte, alla letteratura, alla ricerca scientifica e tecnologica, alla gastronomia, al turismo e in cui si costruì un'idea di Italia come luogo della bellezza, del tempo libero, del piacere di vivere. Era certo una retorica che si insediava sulle grandi contraddizioni del neocapitalismo nascente, ma che si fondava comunque su una dimensione letteraria, poetica che era proprio la moda a trasmettere e che diventava cultura nel senso più ampio e profondo. 
    È questa atmosfera dell'Italian Style che si respira nelle pagine del recente romanzo di Letizia Muratori Sole senza nessuno (Adelphi, pp. 133, euro 16), dove le vicende e i ricordi della protagonista e io narrante Emilia, ex mannequin dei primi anni '60, si legano a quelli di sua madre Iole, già première nell'atelier romano delle Sorelle Fontana. La moda per Muratori è un ambito pieno di racconti, di storie mai narrate sottese alle storie più note: sono intessute tra le pieghe degli abiti di Ava Gardner, una a cui non si riusciva mai a prendere le misure, e di Audrey Hepburn, che poi «tradì» le Fontana per Givenchy. Sono i racconti del passaggio della moda italiana dalla Sala Bianca di Firenze alle sartorie romane e poi alle passerelle di Milano, paralleli ai rivestimenti di Emilia che indossa i nomi eccelsi di quegli anni: Capucci, Galitzine, fino ai primi capi della milanese Mila Schön.
    Oggi, al tempo in cui si svolge il romanzo, di quel mondo non resta che la parodia: Emilia si trova infatti a venire ingaggiata come consigliera di stile da un suo vecchio amico e innamorato, Murita, celebre un tempo nel mondo della moda romana, e oggi organizzatore di viaggi per quei giapponesi che usano trascorrere a Roma un week end per ricevere una benedizione in una chiesa cattolica con abiti, addobbi e cerimonia da matrimonio. Al loro ritorno a casa, le foto di quella cerimonia saranno mostrate agli amici come le cartoline di un "vero e tipico" matrimonio italiano.
    Stili di strada in evoluzioneCosa resta allora delle storie della moda nella contemporanea complessa idea di «letteratura»? Le sgallettate novellette della chick-lit? Le ossessioni dello shopping? I diavoli che vestono Prada? Le biografie agiografiche degli stilisti? Non c'è solo questo, per fortuna, sebbene siano questi generi a venir presentati oggi dal discorso editoriale mainstream come uniche scritture della moda. Eppure possiamo ritrovare esempi contemporanei dove la moda diviene letteratura in Gomorra, in quella storia (vera o fittizia, ma poco importa) di Pasquale, l'artigiano campano che lavora nel sottobosco delle produzioni tessili della cintura napoletana e che vede in tv l'abito fatto da lui addosso ad Angelina Jolie la notte degli Oscar. O nella saga generazionale di Jonathan Coe, composta dei romanzi La banda dei brocchi e Il circolo chiuso, dove ad essere «scritti» insieme sono la città di Birmingham e gli stili di strada giovanili tra i primi anni '70 e i primi 2000. 
    Di moda sono poi intessute quelle forme di letteratura contemporanea rappresentate dai blog, dove si è creato proprio il genere dei fashion blog, oggi uno dei principali veicoli di comunicazione delle mode, sia istituzionali che «di strada». Dai più celebri e autorevoli come il Sartorialist, a quelli delle native di Internet come Style Rookie di Tavi Gevinson, fino ai più sarcastici come l'italiano «Le malvestite», i blog di moda non solo collezionano immagini e commenti su collezioni e capi d'abbigliamento, ma creano a loro volta stili vestimentari. Proprio come accadeva un tempo quando le consigliere di bon ton scrivevano dalle pagine delle riviste «femminili».