domenica 23 ottobre 2011

Tra donne e motori lei fa da carrozzeria



(pubblicato su la Gazzetta del Mezzogiorno del 16/10/2011)

Giulietta è stata per una breve stagione “la bellezza, la potenza e la tecnologia”, aveva il corpo sinuoso e atletico di Uma Thurman, era fatta “della stessa materia di cui son fatti i sogni” su citazione da Shakespeare (La tempesta) e dal Falcone maltese (Humphrey Bogart). E faceva un bell’effetto. Purtroppo nelle ultime settimane anche Giulietta si è arresa: elargisce così quotidianamente dalle TV, dai giornali e dal web inviti inequivocabili come: “Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, proteggimi”, via via fino all’impertinente, ma passivamente rassegnato “Provami”.
Anche Musa fino a tre anni fa aveva un che di incendiario dentro, anzi la sua interprete Carla Bruni era una vera pétroleuse che con un sol gesto dava fuoco a una tronfia limousine, proprio come avrebbe fatto una comunarda parigina del 1871 contro i simboli del potere e della disparità sociale. Certo, poi Musa commise un crimine simbolico violando l’immagine di culto intramontabile di Audrey Hepburn davanti a Tiffany. Le fece schiacciare, come in una macumba, il sacchetto dei croissant e quella stessa limousine incautamente di passaggio sulla Fifth Avenue, cosa che mai avrebbe fatto la delicata Holly Golightly. Nessuno poteva però immaginare la discesa di Musa verso successive cadute di stile: dapprima, un aitante giovanotto-autista che strappa l’elegantissimo quanto eccessivo strascico rosso di una bellona appena uscita dalla “limo”, per accogliere invece come Musa tra tutte nientemeno che Elisabetta Canalis in abbigliamento casual. Povera Doris Day, resa complice solo perché canta “Perhaps” in sottofondo! Poi, l’ultima mutazione, e Musa non avrebbe dovuto accettarla proprio visto che le hanno dato da rimasticare il trito e abusato abbinamento tra la donna e il serpente, simboli di tentazione e di lusso, sia pure nella consapevolezza che “il vero stile non ama gli eccessi”.
Donne e motori: di nuovo insieme come in una canzone di Bruno Lauzi, come in un proverbio ammuffito che li abbina a “gioie e dolori”, come in una scopiazzatura sciocca del calendario Pirelli, come in un manifesto da camionisti (con tutto il rispetto per la categoria), come nei saloni dell’auto dove sui tettucci delle sportive si accomodano languide modelle in abito da sera. Come non se ne può più.
Possibile che se un pubblicitario pensa a un’auto debba per forza paragonarla a una donna, facendolo peraltro nel modo più stereotipato? Possibile poi che questo genere di paragoni abbiano nelle pubblicità italiane una decisa prevalenza? Perché oggi è soprattutto in Italia che le case automobilistiche privilegiano i contenuti sessuali e l’immagine femminile come attrattrice dei maschi guidatori, mentre, ad esempio, il colosso tedesco dell’auto punta nei suoi spot sull’ironia e la leggerezza. Narra, così, genialmente la giornata di un bambino che gioca a fare il cattivo di Guerre stellari Dart Fener con la macchina del papà. Più di recente, traduce il vecchio e fortunato “pensa in piccolo” (Think Small) nel contemporaneo “pensa in blu” (Think Blue) raccontando nello spot la storia dell’azienda attraverso uno spartito musicale illustrato e animato, al suono di una vecchia canzone dei Beach Boys riciclata in cover. Niente cosce, niente natiche, niente tacchi a spillo o serpenti tentatori.
Il connubio tra donne e motori si riproduce attraverso simboli ben radicati nell’immaginario sociale e nel linguaggio: per esempio il termine “carrozzeria”, che indica la parte non meccanica di un’automobile, ma che è diventato il termine per indicare pesantemente anche le forme femminili. Oppure pensiamo all’immagine dell’uomo “alla guida”, inteso sia in senso letterale che metaforico, come pilota della macchina e come leader, come colui che decide dove l’auto, la donna o le masse debbano andare, con tutte le pericolose implicazioni di questo modello umano e politico.
Perfino il sofisticato critico dei miti d’oggi Roland Barthes ci cascò, quando negli anni ’50 prese sul serio il nome di Déesse, Dea, che la casa produttrice aveva dato giocando sulla pronuncia francese delle iniziali DS di quell’automobile che fu invece diffusamente conosciuta come “coccodrillo” o “ferro da stiro”. Certo, Barthes svelava allora i meccanismi semiotici del mito contemporaneo della divinità al femminile, ma poi rimaneva egli stesso invischiato in metafore molto prossime al sessismo, quando evocava la dimensione “casalinga” e “tattile” di quella dea di metallo, oggi pezzo di culto nel vintage dei motori.
L’immagine del motore potente e della macchina veloce viene spesso paragonata a quella della donna dominatrice, aggressiva e rapida, pericolosa come una curva, della strada o dei fianchi, dietro la quale è la morte ad essere in agguato. Anche questa dark lady è comunque sempre sottoposta al desiderio e allo sguardo maschile, vive anzi in funzione di questo. Il mondo della Formula 1, mondo del rischio e dell’eccesso a forte impronta maschile, reca da sempre con sé una corte di donne che circondano il campione, gli portano lo champagne da stappare sul podio, costellano come satelliti i suoi ritratti sulle foto patinate.
C’è poi l’idea dell’ostentazione e del lusso che sia l’automobile fiammante, sia la bella donna spesso rappresentano per l’uomo “di successo”, che sembrerebbe coltivare ogni notte il sogno segreto di essere uno 007 sulla sua Aston Martin con al fianco la Bond girl di turno. Ma è proprio vero che questo sogno sia il massimo per un uomo? Non sembra proprio in realtà, visto che in giro ci sono uomini che, pur non disdegnando il design o le prestazioni di una buona auto, magari fanno car-sharing per recarsi al lavoro o in ogni caso apprezzerebbero metafore e suadenze diverse dai messaggi pubblicitari, senza con questo sentirsi menomati nella loro “virilità”.
Dietro ogni cofano è comunque sempre in agguato un sex-symbol femminile da rispolverare quando tutto manchi  e le vendite calino all’impazzata. Anche se sembra, tuttavia, che a calare in pubblicità siano spesso le idee, e di conseguenza le vendite, perché anche il marketing ha bisogno di cultura, e oggi più che mai il motore del consumo non risiede nella materia di cui son fatti i sogni, bensì in quella di cui son fatti i bisogni più autentici dell’essere umano. Tra questi bisogni, la sostenibilità, intesa da tutti i punti di vista: da quello ambientale a quello sociale e solidale.
Se c’è una cosa positiva che la crisi, suo malgrado, può lasciarci, questa è infatti l’idea che l’attenzione alla persona sia qualcosa di più importante dei simboli di un successo o di una ricchezza “maledetta e subito”. E attenzione alla persona vuol dire innanzi tutto attenzione alla sua dignità, compresa la dignità del suo corpo e della sua sessualità. E’ per questo che dalla dignità delle donne nella sfera privata e pubblica passa oggi un punto essenziale per riemergere dal baratro globale. Per favore dunque, svegliamoci domani senza più “bonazze” sul cofano.

Box 
Con onestà, c’è da dire che una delle sorelle di Musa, detta meno poeticamente con una semplice lettera, Y, aveva fatto recentemente riflettere i consumatori di immagini sull’idea di lusso, basando il suo Leitmotiv sul fatto che “il lusso è un diritto”. Ma quale lusso? Per rispondervi i pubblicitari dell’azienda hanno ingaggiato questa volta un testimonial uomo, l’attore Vincent Cassel, e lo hanno fatto sdoppiare in due personaggi: uno aggressivo e uno pacato. Il primo enuncia le qualità apparenti del lusso: feste, gioielli, ville, vivere negli eccessi, puntare al massimo, avidità, non essere mai soddisfatti. Il secondo dichiara invece la morte dell’ostentazione e il fatto che il vero lusso stia nelle cose più semplici, tra le quali ovviamente Y, utilitaria glamour.  

mercoledì 12 ottobre 2011

Quattro riflessioni sul lusso


1 - i più saggi tra noi oggi giustamente sottolineano – dati ed esperienza vissuta alla mano – quanto difficile sia per tanta parte di italiani giungere alla fine del mese. Risulta pertanto forse un po’ balzano un argomento come quello che riguarda il lusso e i suoi segni. Pronta a obiezioni di ogni sorta sul solo nominare un simile tema, prometto che ne scriverò con la dovuta leggerezza, magari anche con un pizzico di ironia. Ma con il dovuto rispetto.

Perché di tutto rispetto è in primo luogo l’etimologia di questa parola, almeno nelle lingue europee. La luxuria latina era l’esuberanza, l’eccesso, qualcosa che resta nell’aggettivo ‘lussureggiante’ che usiamo ad esempio a proposito di un giardino. Il greco λύω allude a ‘sciogliere’, ed è da quella radice che compare la ‘lussazione’, quella interruzione, quel mettersi di traverso di qualcosa come accade alle articolazioni quando si lussano, appunto. Le parole, si dice, sono pietre, certo, le parole assumono significato negli usi stratificati nel tempo e nella memoria. Accade allora che, pur collocandosi su due tracce semantiche distinte, il lusso ritrovi nella lussazione una parente prossima, quando, nell’uso corrente e attuale di tale termine, esso si definisca più come atteggiamento, immaginario, stile che interrompe il decorso consueto e seriale del vivere, invece che nell’accezione tradizionale di sfarzo, consumo vistoso, ostentazione di ricchezza. Eccesso, sovrabbondanza, flusso incontenibile; ma anche eccezione, distinzione, unicità, rarità. Il lusso è pieno di contrasti anche semplicemente nella catena di immagini che suggerisce e di universi che dischiude.
Parlano chiaro i dati duri dell’economia: il lusso ‘tira’: se i consumi normali sono in contrazione, quelli del lusso sono in espansione. Quel piccolo numero di persone che si spartisce la ricchezza sa come spendere i suoi soldi, tra yacht, gioielli, abiti d’alta moda. Eppure l’economia, parole come denaro e ricchezza non bastano a spiegare la gamma dei segni che il lusso porta con sé.
C’è ad esempio un telefono cellulare che può essere in platino, avere un rubino incastonato in ogni tasto, finiture in pelle sui lati, display in titanio, auricolare in oro, contenitore in materiali pregiati, e prezzi che possono giungere anche a trecentomila euro. Un telefono i cui componenti hardware e software sono assemblati a mano in inghilterra, con una tecnologia dunque garantita non dalla piatta uniformità della produzione in serie, ma da un artigianato sapiente, come quello che è impegnato nella fabbricazione di una Rolls-Royce, nella confezione di un paio di scarpe su misura o nel taglio di un diamante prezioso.
Un telefono che ha un nome nel quale è ricalcato l’amore per le cose belle, il collezionismo e le raffinatezze. Una particolarità curiosa suggella di questo telefono il suo essere oggetto prezioso e allo stesso tempo mezzo di comunicazione: tra i servizi in linea previsti ha quello di un concierge (non una triviale segreteria telefonica) attraverso cui si può prenotare una cena in ristoranti esclusivi, una serata alla prima dell’Opera, o un appuntamento alla spa con il personal trainer. Un concierge che parla cinque lingue selezionabili tra l’inglese, il tedesco, il francese, il cantonese e il mandarino. Lingua e denaro hanno davvero molto a che vedere tra loro. Quest’ultimo particolare mi fa pensare, a maggior ragione ascoltando le notizie di questi giorni dal Tibet: è la Cina – la sua lingua, la sua “differenza”, la sua alta finanza - il vero luogo, reale o immaginario, del lusso del primo decennio duemila?
2 - C’è un rapporto stretto e storicamente accertato tra il lusso e il potere. Nella sua accezione più tradizionale, il potere sceglie come emblemi oggetti che raccontano la loro origine esclusiva, la loro rarità e preziosità. L’oro, le pietre preziose, le corone, gli ermellini: la sacralità del potere ha sempre avuto bisogno di segni visibili, ostentati con ossessiva precisione, per rappresentarsi e finanche a volte per legittimarsi. Perfino nella morte: tra le prime leggi suntuarie – quelle leggi attraverso cui nella storia si è sempre cercato di mitigare il lusso e che arrivano fino alle tasse sulle imbarcazioni imposte due estati fa dalla regione Sardegna, bene anche alle origini di queste pratiche legislatrici, vi è il divieto, contenuto nelle Dodici Tavole romane (451 a. C. circa), in base al quale venivano interdette in occasione dei funerali le celebrazioni solenni, le lamentazioni, le libagioni eccessive e la sepoltura con oggetti di oro. Il che non riuscì certo a impedire che si smettesse di manifestare il lutto attraverso pratiche rituali e sociali di questo tipo, né a Roma in quel momento, né altrove in altri tempi, né in Sardegna oggi.
Certo, oggi il potere si affida a segni che evocano il lato ‘qualitativo’ del lusso piuttosto che quello quantitativo e vistoso: il rapporto con lo spazio innanzi tutto – pensiamo ad esempio a come le residenze più esclusive siano nascoste, sottratte allo sguardo delle masse che al limite possono solo immaginare o tentare di spiare; pensiamo ai grandi templi della moda progettati nelle metropoli dai più celebri e avveniristici architetti, a Dubai, a Shanghai, a Tokio. Poi il rapporto con il tempo: il lusso deve dare un’idea di eternità e durata assoluta degli oggetti e finanche delle persone che lo incarnano. Anche se proprio in questo si mostra il suo dissidio con lo spreco e l’eccesso, aspetti che pure concorrono a definire il lusso, ma che tendono a consumare i segni nel breve volgere di un attimo o una stagione. Qui torna in effetti l’idea stessa di potere temporale – alla lettera legato ciò che è proprio della vita terrena, materiale, che ha dunque un limite di tempo, a cui si contrappone quello spirituale.
Quest’ultimo, il potere spirituale, ha fatto largo uso del lusso per rappresentare se stesso: il cattolicesimo in particolare ha nella sua genealogia una componente decisiva legata al lusso, sia ‘materiale’ che ‘culturale’. Il che non è sempre stato un male – non avremmo avuto il Barocco o la Cappella Sistina forse se non avessimo avuto delle committenze ‘spirituali’ che si prendessero il lusso di celebrare lo spirito con l’arte. Stona un po’ però negli ultimi tempi il lusso ostentato consapevolmente e volutamente dall’attuale massima autorità del potere spirituale cattolico. Sua Santità Benedetto XVI non disdegna infatti il lusso nei suoi simboli più tradizionali e ai limiti del kitsch se guardati con occhi disincantati (ma il lusso comporta sempre un incantamento nel bene e nel male). Ecco la riesumazione del camauro, un copricapo di velluto rosso bordato di pelliccia d'ermellino bianco risalente al Rinascimento che in effetti aveva indossato anche il ‘papa buono’ giovanni XXIII; della mozzetta - una mantellina sempre rossa bordata di ermellino bianco; del ‘saturno’, un cappello rosso a tesa larga somigliante nella forma al pianeta omonimo; di camici, mitrie e piviali di gran pregio; oltre che del trono dello Spirito Santo su cui siede tanta magnificenza. E’ un lusso antico che incontra il look più ‘fashionista’ – brutto neologismo anglofilo che però rende l’idea - nei mocassini rossi forse di Prada – ma sulla maternità delle papali scarpe la griffe mantiene riserbo. E il silenzio, come si suol dire, è d’oro, nel pieno senso della parola e delle simbologie di lusso e di potere connesse a tale metallo.
3 - Qual è il contrario del lusso? Una volta ho risposto a chi me lo chiedeva ‘la miseria’. Poi qualcuno mi ha fatto notare che la miseria e la povertà sono piuttosto il contrario della ricchezza, la quale non è sinonimo di lusso – sebbene, devo dire, la ricchezza aiuti a volte a prendersi qualche lusso. Certo è che nella massima rappresentazione possibile della miseria – per esempio un paesaggio sovraccarico di rifiuti, come tanti ne vediamo nelle immagini di questi mesi, è presente il massimo del lusso: quei rifiuti sono infatti parte integrante e sostanziale dell’opulenza. se il lusso è spreco, i rifiuti ne sono le scorie necessarie, sia tecnicamente – packaging delle merci non riciclato, merci scadute, vetri e vuoti non ‘a perdere’ – e l’espressione verbale in questo caso è quanto mai icastica. Sia strutturalmente, perché quelle scorie del lusso rendono possibile via via sempre più lussi, se pensiamo alla immondizia come impresa criminale nel modo in cui ce la descrive roberto saviano, e a quei templi del lusso più kitsch che sono le case e le ville dei boss che controllano o controllavano molte di queste imprese, lussi estremi e pacchiani che vengono alla luce solo in quelle occasioni in cui la giustizia li requisisce e ne dischiude i magnificenti orrori.  
Può forse il contrario del lusso essere allora allora l’avarizia? Non precisamente, perché questa è piuttosto il contrario della prodigalità. Certo, nel lusso non si può essere avari, si può essere magari sobri, mantenere understatement, nascondersi e mimetizzarsi, ma avari proprio no. E poi, dato che il lusso implica sempre un fare, un agire, un usare i segni – sia pure solo per mascherarli – il suo contrario deve implicare necessariamente una stasi nell’azione, un ‘non-fare’. Lo dimostrava a suo modo già nel settecento bernard de mandeville con la celebre favola delle api: la favola narra di un alveare ricco e affollato di api che vivono nel lusso e negli agi. Alcuni insetti rivolgono però a un certo punto a Giove la richiesta di far cessare questo stato di cose e di favorire invece una moralizzazione, quasi delle “leggi suntuarie” che moderino il lusso. Giove accoglie la richiesta, ma una volta instaurate queste diciamo leggi suntuarie apicole, esse creano una situazione di decadenza complessiva dell’alveare. La morale paradossale di questa favola è che il lusso sia necessario per il bene di una nazione, che sia tutt’altro che spreco, mollezza o lussuria, ma abbia profondamente a che fare con la natura stessa dell’umanità, con il suo desiderio di crescere ed espandere i suoi orizzonti.
Si parla molto negli ultimi tempi di crescita e di decrescita. Alcuni dicono che la strada da percorrere sia quella dell’espansione libera della ricchezza, della produzione, dei consumi, che portano necessariamente con sé la mobilità sociale e il benessere – lussi compresi. Altri invece perorano la causa di una diminuzione generale degli sprechi, dell’utilizzo parco e consapevole delle risorse disponibili – alcune delle quali peraltro tendono naturalmente di per sé ad esaurirsi – e dunque al limite parlano di una decrescita sostanziale, che potrebbe essere finanche felice. questa cosiddetta decrescita avrebbe però secondo me modo di realizzarsi solo sulla base di quella sovrabbondanza, cioè quel lusso, di informazioni, di segni, di linguaggi, che oggi sono planetariamente disponibili; e solo a condizione di sfruttarne al massimo la potenziale condivisibilità, nel senso stesso in cui si parla nel web di condivisione di dati, di software o di codici. Che il contrario del lusso stia allora oggi nel lusso stesso, solo inteso in un altro dei suoi sensi possibili?
4 - Un marchio giapponese di acque minerali ha lanciato una bottiglia di acqua da tavola che costa cento dollari. Ragione di tanto prezzo, le decorazioni in oro e fini cristalli, il vetro smerigliato e il tappo in oro o in argento a forma di corona. Servita nei più lussuosi hotel. La griffe christian lacroix ha invece firmato due linee di bottiglie per la più celebre acqua europea proveniente dai monti dell’alta savoia, come se fossero linee di moda: una prêt-à-porter e l’altra haute couture, o per meglio dire ‘eau couture’, in edizione limitata a soli 99 esemplari lavorati a mano.
Nasce a beverly hills, invece l’acqua Bling H2O – qui vale la pena esplicitarlo il nome, perchè richiama il Bling-bling un’espressione che deriva dallo slang della cultura hip-hop afroamericana e che sta a indicare ogni forma di stravaganza e ostentazione modellata su un lusso cafone fatto di gioielleria eccessiva, macchine esorbitanti, gadget pacchiani. Fedele al nome l’aspetto di queste bottiglie tempestate di cristalli che brillano di glamour un po’ kitsch fatto apposta per le star di hollywood.
Dunque l’acqua, elemento che ci compone in percentuale maggiore in quanto esseri viventi, l’acqua come bene di prima necessità, sostanza pura, fresca, pulente, che ci fa pensare alla vita stessa sul pianeta e oltre – l’acqua si fa lusso. Lusso non semplicemente nel senso banale del costo di queste bottiglie, ma in un senso più culturale, profondo, comunicativo e sensoriale allo stesso tempo, in un incrocio tra cura del corpo e gastronomia, tra discorso della salute e discorso della lussuria. E’ un lusso quotidiano ormai acquistare l’acqua in bottiglia, ma l’acqua è un lusso di per sé in situazioni limite, come in guerra, quando è uno dei primi beni tagliati e razionati nelle città sotto assedio. E l’acqua sta diventando degna concorrente del petrolio nello scatenare appetiti e conflitti, in quanto è un elemento che scarseggia in modo sempre più paradossale in un mondo in cui pure trovano cittadinanza le acque dalle bottiglie trasparenti o blu notte... 
La cultura delle acque è antica quanto quella della conoscenza dei poteri benefici delle terme e delle sorgenti, è un sapere in cui si miscela come in un esplosivo cocktail naturale la durezza della roccia e la fluidità del liquido. La terra e l’acqua – elementi in opposizione reciproca nel “quadrato” che le contiene, insieme all’aria e al fuoco – si contaminano nella composizione organica e in quella dell’immaginario. Ne consegue che il liquido, di cui comprendiamo la rarità ma anche la ineluttabile volatilità, va contenuto in una forma che ne sia all’altezza: la bottiglia, magari somigliante a un lussuoso flacone di profumo o di fluido cosmetico, magari scolpito come un intarsio nel ghiacchio, e dall’etichetta curata come quella di un vino nobile. Ma anche il bicchiere, di necessità: calice dalla curvatura studiata e accordata, cristallo temperato come uno strumento. Non si tratta “solo” di sete. 
Possiamo chiamarla moda? Sì, se per moda intendiamo qualcosa di più che la semplice imitazione e il banale “bisogno indotto”: certo, entrambi sono fattori presenti nel fenomeno delle mode sociali e culturali. Ma la moda è stile di vita, e più ancora credenza, mito, senso comune: nulla di deprecabile, anzi, la cultura e il lusso delle acque ci insegnano forse a vivere meglio, come la gastronomia e l’enologia, come la cura della pelle e la ginnastica per il corpo, come i massaggi e le cure termali. Riti sociali, scanditi da usi e da regole a seconda dei tempi e dei luoghi.
Ma l’acqua è ancora un lusso in sé in molte parti del mondo che non occorre andare troppo lontano per trovare. Chi ne controlla il ciclo, in quei luoghi, non ha il volto amichevole di un sommellier, di uno stilista del vetro  o di un packager, ma quello di un capomafia, di un signore della guerra, o comunque di un padrone. Waterworld è su questa terra.

sabato 8 ottobre 2011

Più della spada uccide lo spread



di Patrizia Calefato
(La Gazzetta del Mezzogiorno del 25/9/2011)



Spread, rating, outlook, default: sono solo alcune delle parole più temibili che in queste settimane rimbalzano dalle istituzioni finanziarie e politiche ai mezzi di informazione, e via via discendono nei discorsi al bar, negli interrogativi quotidiani e negli incubi notturni dei cittadini alle prese con un mostro che si chiama non solo “crisi economica”, ma anche, per dirla con Italo Calvino, “peste del linguaggio”. Così, infatti, il grande scrittore italiano definiva quell’epidemia che già quando ne scriveva, alla metà degli anni ’80, aveva colpito l’umanità nella facoltà che più la rende “umana”, cioè l’uso della parola. Una peste che si manifesta, scrive Calvino, “come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze” (Lezioni americane).
Non sono le parole in sé ad essere pestifere, sia ben chiaro, né lo è l’uso di termini specialistici economici e finanziari della lingua inglese diventata ormai la lingua franca della comunicazione, e dunque a maggior ragione della finanziarizzazione globale. Per le parole, certo, basterebbe un buon dizionario per scoprire, come ci stanno insegnando, che “spread”, o sarebbe meglio dire “spreading”, vuol dire differenziale di rendimento a partire da un valore medio di misurazione; che “rating” vuol dire “valutazione”; che “outlook” in questo caso non è un programma di posta elettronica, ma è il giudizio di stabilità o meno che emerge da questa valutazione; che “default” non è solo la condizione operativa che un programma informatico seleziona automaticamente in mancanza di istruzioni specifiche, ma in economia è una condizione di insolvenza, di bancarotta.
Potremmo dire tutto questo in italiano? Forse sì, almeno la nostra lingua smetterebbe di funzionare come il “latinorum” dei potenti che intimidiva Renzo nei Promessi sposi. Ma c’è qualcosa di più profondo, che va oltre l’uso o meno dell’inglese o di altri stranierismi, ed è il modo in cui oggi il linguaggio della comunicazione perde sempre più la sua consistenza, il suo nocciolo duro. Questo dovrebbe accendere continue “scintille”, proprio come dice Calvino, per portare le persone a interrogarsi sempre su cosa stiano facendo quando parlano, leggono, scrivono, su dove trovi la sua base e la sua esperienza quel modo – nuovo o vecchio che sia – di definire le cose. E invece ci mettiamo sulla bocca in maniera meccanica parole che ci sembrano circolare “naturalmente” da sempre nel mondo, mentre sono in realtà parole che corrispondono a precisi meccanismi storici e sociali di cui spesso dimentichiamo gli attori e i motori. Parole che segnano, in un paio di sillabe, il destino di nazioni e popoli senza che ci si possa fare nulla, senza che nemmeno sia possibile resistere, magari andando in cerca di altre parole, più vere, più esatte, più in salute.
Sono proprio le parole correnti dell’economia, della finanza, dei “mercati”, a ricalcare nella loro perentorietà e insieme nella loro astrazione la dimensione ugualmente astratta del capitalismo odierno, in cui ad essere in circolazione sono debiti e crediti, rapporti legati a titoli, azioni, obbligazioni, stime di crescita e “pagherò” di dimensioni gigantesche. Il linguaggio rispecchia questa dimensione sans phrasedel mercato, cioè il suo essere “senza ulteriori parole e determinazioni, senza qualificazioni”.  L’espressione dell’antico francese “sans phrase” fu usata da Karl Marx nell’Ottocento per definire il lavoro indifferente e fortuito, sganciato da qualunque determinazione, astratto, generale, che è condizione dell’economia capitalistica. Oggi ad essere “sans phrase” non è solo il lavoro, quando c’è, ma è proprio il modo di produzione in cui viviamo. E non a caso questa espressione francese significa che è la parola, la frase, a mancare: sans phrase, senza parole non si può definire concretamente l’oggetto, il campo, il concetto, cui il nostro modo di produzione fa riferimento. Ci mancano dunque le parole prima ancora che le risorse per andare avanti?
 In mancanza di parole vere, ci trinceriamo dietro formule che non comprendiamo, magari anche dietro un inglese imbastardito che tradisce la ricchezza di quella lingua in una piatta omologazione, usando però il quale ci sembra di essere così al passo con i tempi, così cool!
Negli anni ’60, lo stesso Italo Calvino difendeva lo sviluppo “tecnologico” delle lingue, ritenendolo fondamentale sia nel processo di unificazione linguistica nazionale, in particolare italiana, sia nel contesto dell’internazionalizzazione allora crescente della società – ancora non si parlava di globalizzazione. Ma la precisione e la concretezza che Calvino allora richiamava come ideale linguistico doveva fare i conti, come egli stesso scriveva, con la tendenza degli italiani a usare espressioni astratte e generiche, soprattutto nel linguaggio politico, e con l’”antilingua” burocratica delle carte bollate. Oggi in Italia carte bollate ne esistono di meno rispetto a 50 anni fa, il linguaggio politico decade in mugugni, dita medie e gesti dell’ombrello, ed è ahimè proprio la lingua “tecnologica” ad esser diventata il deposito di astrazioni, genericità, alienazione.
Le parole sono pietre, dice un detto celebre, ma più che pietre sarebbe bello che fossero mattoni, in grado di costruire e non di sfumare, di dare senso e non di farci perdere i sensi. 

venerdì 7 ottobre 2011

Eccessi e necessità al tempo della crisi

(pubblicato su "il manifesto" del 2/10/2011)

Di cosa parliamo quando parliamo di lusso: alla Triennale «C25 Options of Luxury» espone 250 segni del superfluo, ma i precari ricordano che oggi a essere un lusso sono i diritti


Tra i cliché che la memoria collettiva conserva delle crisi economiche epocali che hanno attraversato la storia del capitalismo, c'è l'immagine, un po' vintage un po' caricaturale alla Georg Grosz, del grasso riccone in frac e tuba che affoga nell'alcool la rovina degli anni '20 accendendosi il sigaro con le ultime banconote rimastegli in tasca. Lusso e bancarotta si accoppiano simbolicamente in questo stereotipo. Come anche ben si coniugano i simboli del lusso e quelli del naufragio - reale o metaforico - nell'immagine icastica della celebre ballata di Hans Magnus Enzensberger La fine del Titanic: «Dinner First Class/ 14 Aprile 1912/ Caviale Beluga/ Hors d'œuvres variés/ Turtle Soup. La porta che qui vedete conduce al bagno turco,/ attenzione scalino, dove massaggi terapeutici e cure termali/ sono costantemente a vostra disposizione sotto controllo medico,/ osservate vi prego le colonne in marmo rosso di Carrara»
Oscurità e splendoreViaggio per mare, benessere da spa esclusiva, alta cucina, proprio come in un dépliant turistico a cinque stelle, ma con l'imminenza in agguato dell'urto con l'iceberg. Quasi si volesse mitigare la potenza semantica del lusso, o, viceversa, quasi non si avesse la forza di nominare il disastro, o il default - come ci suggerisce il lessico pestilenziale della finanza di oggi - lo spreco, l'eccesso, la profusione di ricchezza e denaro, vanno spesso in coppia con il loro contrario estremo: la miseria, il pericolo, la morte reale o metaforica.
A ulteriore conferma di questo dualismo di fondo che il lusso contiene, ricordiamo che a parlare meglio del lusso sono paradossalmente da sempre stati i suoi detrattori, o coloro che lo hanno condannato. Come i legislatori «suntuari» di ogni epoca che nelle leggi definite appunto «suntuarie», dalla Roma repubblicana fino alla tassazione in vigore oggi su yacht e beni superflui, hanno inteso sanzionare il lusso, beninteso solo perché potesse essere meglio regolato l'accesso al rapporto tra ricchezza e potere che il lusso e i suoi segni esibiscono.
Lusso necessario, come voleva già oltre un secolo fa Werner Sombart che lo riteneva fondamentale sin dall'accumulazione originaria capitalistica? O lusso deprecabile, come vorrebbe invece l'etica calvinista secondo Max Weber? Oppure lusso strettamente intrecciato a una «parte maledetta» dell'economia fatta di spreco, guerra, sacrificio, eros, come teorizzò Georges Bataille a metà del Novecento? Nella storia del concetto di lusso c'è tutto e il contrario di tutto: l'oscurità e lo splendore, il desiderio e la dissipazione, l'eternità e la maledizione.
Il dissidio che il lusso porta con sé si legge oggi anche nelle cifre: a una contrazione dei consumi in tempo di crisi si accompagna una tenuta e anzi un incremento nella crescita dei poli del lusso in tutto il mondo. Meno autobus e più Ferrari, come esemplarmente sembra indicare la vicenda dell'Irisbus che chiude mentre la fabbrica di Maranello tiene alti i suoi ritmi di produttività e punta a produrre oltre 7000 auto l'anno? E il massimo del lusso Ferrari sta anche nel tempo di attesa - anche 18 mesi - per un'automobile, da quando la si prenota a quando è pronta, personalizzata e fiammante.
Una nuova sprezzaturaNon v'è dubbio che in questo momento, con questo tipo di crisi in particolare, si allarghi ulteriormente il divario tra povertà e ricchezza, perché mentre la prima continua ad avere a che fare con un «nocciolo duro» fatto di lavoro che manca, salari, affitti, spesa al mercato, vita quotidiana, la seconda gioca in borsa, per dirla con una metafora, sempre più legata a quella dimensione sans phrase, senza parole, alla lettera, della finanziarizzazione globale. C'è di più, però, perché il lusso non si riduce semplicemente alla ricchezza, ma contiene una qualità ulteriore, fatta delle sue rappresentazioni, delle sue passioni, delle sue qualità e delle sue dannazioni.
Alcune di queste le ha scelte con cura e sapienti testimonianze la mostra C25 Options of Luxury, organizzata presso la Triennale di Milano da Class (edizioni e omonima rivista) per celebrare il proprio primo quarto di secolo e curata dall'architetto e artista Italo Rota. La mostra (oggi è l'ultimo giorno) seleziona 250 oggetti e concetti che esprimono la qualità e le caratteristiche complesse del lusso contemporaneo. La moda offre il suo humus quasi naturale, quale tradizionale ambito cui una società destina le sue spese superflue, eppure tanto congeniali e essenziali alla riproduzione allargata di se stessa. La cosmetica, l'automobilismo, la nautica da diporto, il turismo, il design, l'arte, la tecnologia, la ristorazione, fanno però da punti fermi essenziali del connubio tra l'idea di lusso e concetti come quelli di tempo, spazio, velocità, benessere, ozio, viaggio. Questi definiscono infatti, soprattutto oggi, la dimensione qualitativa del lusso stesso, e non semplicemente quella ostensiva, che anzi spesso tende a scomparire, a nascondersi in un understatement e in una sottrazione di segni che ricorda la sprezzatura cinquecentesca del Cortegiano di Baldassar Castiglione.
I titoli delle diverse sezioni della mostra rimandano alle declinazioni tra loro intersecate del lusso presente: il viaggio e il tempo, la vacanza e l'ambiente, le passioni e il corpo. Scopriamo così (ma forse già lo avevamo intuito) che accanto all'alta gioielleria o alla catena di hotel e resort a cinque stelle, è lusso il pistacchio di Bronte, è lusso il sale marino di Trapani, è lusso la tecnologia delle comunicazioni. Può essere lusso finanche l'Ape Calessino della Piaggio che negli anni '50 portava a spasso a Capri le dive di Hollywood e oggi trova nuova vita ecologica in versione elegante e rétro, come quella di un tempo, ma elettrica. Dopo Milano, la mostra verrà portata a New York, Shanghai e Seoul, e significativamente le due capitali asiatiche sembrano essere oggi le naturali attrattrici di un tema simile insieme alla grande mela, da un lato, e alla Milano della moda e dell'Italian style, dall'altro.
Ci si riempie spesso la bocca dicendo che l'Italia è stata sempre un simbolo dell'idea di lusso inteso come bellezza del paesaggio, arte e ricchezza culturale, eleganza innata del territorio, delle persone e delle città. Tutto questo oggi fa a pugni da un lato con la rappresentazione kitsch e deteriore del lusso e di alcuni suoi rappresentanti nel nostro paese, che riconducono il lusso alla dimensione etimologica della «luxuria» latina, cioè alla sovrabbondanza, all'eccesso, alla pletora simbolica e nauseabonda di simboli di ricchezza, sesso e potere. Dall'altro lato, l'idea di una qualità del lusso cozza contro quelle rappresentazioni pacchiane, quella democratizzazione apparente del lusso cui molti si illudono di poter accedere, anche solo per un giorno, magari indebitandosi per tutta la vita.
La sfida dello sprecoIl lusso non è semplice sinonimo di ricchezza, ma consiste, più che nell'ostentazione, nell'incorporazione nei beni di valori come la qualità, la rarità, la durata, la fattura artigianale, la personalizzazione. In questo senso il lusso va oltre il semplice consumo, sia pure ostensivo, come lo chiamava Thorstein Veblen, ma ha a che vedere con il «lussare» nel senso della lussazione, un termine che rende visibile l'atto del «mettersi di traverso», dell'interrompere, dello «scivolare altrove», e che mostra il lusso come un piacere che esorbita dal quotidiano e che eccita i sensi rispetto alla media del vivere e del sentire. Impossibile, in questo senso, immaginare una «democratizzazione del lusso».
Il lusso contemporaneo presenta motivi molto vicini a quella distinzione che oltre un secolo fa Georg Simmel indicava come qualcosa che fa appello al rapporto tra l'individuo e il rischio dell'eccezionale, la sfida dello spreco e tutto ciò che fuoriesce dalla legge dell'utile e del funzionale. Vi sono strategie semiotiche, estetiche e culturali che producono l'idea stessa della lussuosità. Queste strategie creano una nuova aura di unicità intorno all'oggetto o al bene di lusso, il cui possesso o la cui fruizione diventa eccezionale e spezza, lussa, appunto, la serialità della produzione di massa delle merci e dei segni.
Confini mobiliUna pubblicità recente di automobili, che fonda il suo Leitmotiv sul fatto che «il lusso è un diritto», gioca però provocatoriamente sul dissidio intrinseco contenuto nel messaggio verbale. Per enunciarlo, l'attore Vincent Cassel si sdoppia e risponde alla domanda «Cos'è il lusso?» con diverse battute in due toni diversi: aggressivo e pacato. Con aggressività enuncia le qualità apparenti: feste, gioielli, vivere negli eccessi, puntare al massimo, avidità, non essere mai soddisfatti. Con pacatezza dichiara invece la morte dell'ostentazione e il fatto che il vero lusso stia nelle cose più semplici, tra le quali ovviamente l'utilitaria glamour in questione.
Convincente o meno, questa pubblicità viene in questi giorni parodiata nell'interferenza culturale della Rete della Conoscenza che lancia la campagna «I diritti sono un lusso» sul tema della disoccupazione giovanile, dei tagli alla scuola, all'università pubblica e al diritto allo studio. Il messaggio rende esplicita una caratteristica fondamentale del lusso, cioè che il suo confine si sposta sempre, che ciò che sembra un lusso oggi, ieri era un dato acquisito, che in certi luoghi del mondo sia l'acqua a essere un lusso, e che del lusso in senso profondo, qualitativo, l'essere umano non possa fare a meno.