lunedì 20 ottobre 2008

Lezioni di Sociolinguistica - specialistica

1. Link alla voce "Sociosemiotica" del Dizionario online degli Studi culturali, a c. di M. Cometa

Lezioni di Analisi socio-antropologica del prodotto di moda

Qui di seguito i link alle presentazioni e agli articoli di supporto alle lezioni di Analisi socio-antropologica del prodotto di moda





Lezioni di Sociolinguistica - triennale

Qui di seguito i link alle presentazioni e ai testi usati nelle lezioni di Sociolinguistica





lunedì 13 ottobre 2008

50 anni di collant (ma anche qualche secolo in più)







Articolo pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 12/10/2008

Stiamo per celebrare nel 2009 i 50 anni dall’invenzione dei collant: al compleanno di uno degli oggetti più controversi della storia della moda verranno presto dedicate mostre storiche, posti d’onore nelle boutique specializzate, servizi fotografici nelle riviste, vetrine reali e virtuali con variazioni sul tema. Fu nel 1959 che Allen Gant Sr. della Glen Raven Mills, una fabbrica di tessuti della North Carolina, ideò questo tipo di indumento. I collant conobbero poi il loro exploit all’inizio degli anni ’60 in concomitanza con il “ruggire” delle mode esplose a partire dalla Swinging London. La loro ideale e immediata collocazione furono le gambe delle prime temerarie che indossarono le minigonne proprio a Londra, la città che lanciava allora le mode di strada più ardite. Pronte a passare dalle strade alle passerelle, e da Londra al globo intero, le minigonne avrebbero però lasciato scoperte alle brume uggiose degli inverni le intraprendenti gambe delle neofite di questo oggetto del desiderio, se non ci fossero stati i collant a ricoprirle. Era peraltro impensabile indossare sotto la minigonna le pur sensuali ma obsolete calze tradizionali, rette da guepière o reggicalze poco in sintonia con la libertà che le gambe delle donne avevano tutta l’intenzione di conquistarsi per le strade del mondo.

Fin qui il racconto della nascita di quelle che sono oggi tra i più diffusi tipi di calze femminili. C’è però un’altra storia da raccontare, ed è quella di un indumento parente prossimo dei collant, noto però più prosaicamente come “calzamaglia”. Conosciamo con questo nome un oggetto la cui funzione è soprattutto quella di coprire le gambe dal freddo e le cui origini vanno ben al di là dell’invenzione di Allen Gant e dalla moda esclusivamente femminile. Molto simili a una calzamaglia erano ad esempio le braghe, un tipo di calzoni aderenti usati dagli uomini nel Quattrocento e nel Cinquecento. Il celebre ritratto di Enrico VIII (1491-1547) dipinto da Hans Holbein il giovane ci mostra il pluriconiugato sovrano d’Inghilterra con i muscoli torniti delle gambe fasciati sotto una calzamaglia bianca. E nel Rinascimento italiano gli uomini indossavano i cosciali, una specie di pantaloni aderenti che ricoprivano la parte alta delle gambe (da cui il loro nome), e che in una certa fase divennero talmente attillati – proprio come i moderni collant femminili - da venire vietati con leggi apposite. Fu forse anche in seguito a queste leggi che i cosciali si allargarono al punto da divenire braghesse, antesignani dei pantaloni.  

La storia del costume e della moda è una storia complessa dove quelli che oggi consideriamo segni tipici e caratterizzanti separatamente l’abito maschile o quello femminile hanno in realtà origini e motivi comuni intrecciati tra loro. Sarà forse anche per questo che esiste nel nostro tempo una nicchia maschile che usa i collant per ragioni sanitarie, sportive o per comodità, oltre che per la voglia che alcuni uomini hanno di travestirsi da donna. Il termine francese collants, per la verità, indica i pantaloni maschili lunghi e stretti dotati un sottopiede per tenerli tesi, che si usarono nei primi decenni dell’Ottocento. Un’eredità moderna di questo capo furono i pantaloni da sci, sia da uomo che da donna, in uso sulle piste innevate di Cortina e Sankt Moritz negli anni ’60 del Novecento, che vennero variamente interpretati nell’alta moda del tempo da Emilio Pucci.

Insomma, una parola ne apre tante altre, in un incastro di scatole cinesi tanto variegato quanti sono i sensi della moda e quanti sono i termini per indicare lo stesso indumento o alcuni capi apparentati tra loro. In inglese, per esempio, esistono due termini per indicare i nostri collant: pantyhose e tights, il primo termine in uso negli Stati Uniti; il secondo diffuso nel Regno Unito. A voler essere filologicamente corretti, le pantyhose sono le calze più leggere e trasparenti, mentre le tights sono quelle più doppie e coprenti. Ma nella lingua franca della moda si annoverano infinità di oggetti che avvolgono le gambe femminili:  dalle knee highs, le “parigine” lunghe poco sopra il ginocchio; alle tabi socks, le antichissime calze giapponesi con l’alluce separato; fino alle conturbanti thigh highs, che in italiano chiamiamo “autoreggenti”.

A proposito di queste ultime, molti uomini non si stancheranno mai di ricordare alle donne quanto esse siano infinitamente più erotiche e finanche più eleganti dei “goffi” collant. Eppure, si potrebbe ricordare a costoro che furono proprio dei collant ante litteram a coprire con probi sforzi censori le gambe delle gemelle Kessler e delle ballerine castigatissime dei primi anni della TV italiana. Ma con quanta maggior pudicizia queste gambe venivano allora adombrate, con tanta maggiore irruenza si scatenavano passioni e pulsioni nel prototelespettatore maschio italico. Ciò che si copre con un pezzo di stoffa può dunque spesso scoprirsi negli occhi dell’immaginazione. Lo dimostra in modo speciale una campagna pubblicitaria che un decennio fa circa una nota azienda austriaca di calze e underwear affidò all’arte fotografica di Helmut Newton. Nell’obiettivo del celebre maestro, perfino dei collant riuscirono a esprimere un raffinato gioco visivo erotico e feticistico.

In questi decenni si sono moltiplicate le formule in cui case di moda specializzate e stilisti glamour hanno reinventato i collant: alle tradizionali trasparenze si sono così aggiunti i più vari motivi come fantasie leopardate, decorazioni brillanti, ricami, pizzi preziosi. Al pari che in altri ambiti del vestire, anche nel settore delle calze la moda ama utilizzare meccanismi di composizione e scomposizione dei suoi oggetti: un modello di collant di questa stagione, ad esempio, si divide in due parti, una che arriva fin sotto il ginocchio e l’altra costituita da un “calzettone” senza piede, collegate tra loro da un laccetto annodato. O, ancora, vengono trasposte da altri ambiti della sartoria tecniche compositive insolite, come il drappeggio nel caso di un paio di collant che terminano alla caviglia con morbide pieghe.

Prevalente resta infine sempre la tecnica della citazione, come in alcune versioni di collant che oggi replicano i fuseaux anni ’80 con la staffa sotto il piede, ma che utilizzano tessuti più morbidi che all’epoca. O come nel caso di un genere al momento molto di moda: i leggings, i collant privi del piede, da indossare in combinazioni diverse che fanno subito stile. Sopra un paio di ballerine si potrà così citare il personaggio interpretato da Audrey Hepburn in Funny Face; con dei sandali a stiletto e unghie laccatissime l’effetto sarà feticistico; sotto una gonna drappeggiata in vita, l’insieme trarrà ispirazione da un costume da odalisca.


 

 

 

venerdì 10 ottobre 2008

Facoltà di Lingue e Letterature straniere, Corsi di laurea specialistica, Programma dell’insegnamento di Sociolinguistica, a. a. 2008-2009

Contenuti del corso: Basi semiotiche e ambiti socioculturali della sociolinguistica oggi; stereotipi, miti e senso comune; cinema e linguaggio; ritmi urbani; genere, corpo e media; frontiere e sconfinamenti; plurilinguismo e traduzioni culturali.

Organizzazione del corso: Lezioni frontali e seminari durante i quali gli studenti dovranno intervenire impegnandosi eventualmente anche nella preparazione di brevi elaborati e nella traduzione in italiano di saggi di studio.

 TESTI DI STUDIO:

· P. Calefato, Sociosemiotica 2.0, Bari, B.A. Graphis, 2008.

· F. De Ruggieri, I segni del cinema, Bari, Progedit, 2008.

· C. Attimonelli, Techno: Ritmi afrofuturisti, Roma, Meltemi, 2008.

· Testi su dispensa e online in distribuzione durante il corso.

Il corso si svolge durante il I semestre

lunedì 6 ottobre 2008

Un articolo di 7 mesi fa


Pubblicato l'8/3/2008 su La Gazzetta del Mezzogiorno

Posto questo articolo adesso proponendolo come contributo al "Vogliamo anche le rose" di cui parlerà agli studenti e al pubblico baresi Alina Marazzi il prossimo 15 ottobre. L'articolo mi sembra quanto mai attuale, pur nella sua "inattualità" da calendario: un po' come farsi gli auguri di Natale in agosto, insomma. Solo che ciò di cui qui si parla non sono precisamente "auguri", non c'è nessuna ricorrenza da celebrare, al contrario. 


A partire dai primi anni del 2000, sull’8 marzo era sceso in Italia un pietoso silenzio. Innanzi tutto da parte delle donne, stanche di prenotare tavoli in pizzerie sovraffollate; stanche di ricevere mimose che appassiscono in poche ore nei vasi domestici; stanche di festeggiare in chiassose comitive monogenere una ricorrenza di cui nessuno ricordava più l’origine; stanche della ennesima data sul calendario divenuta, dagli anni Ottanta in poi, occasione di consumo e cioccolatini, al pari di San Valentino, Halloween, la Festa della Mamma e quella del Papà.

Se guardiamo alla storia dell’ultimo mezzo secolo in Italia, è stato soltanto in un decennio – quello dei Settanta – che questo giorno ha avuto effettivamente modo di essere, come si diceva all’epoca, “non un anniversario / ma un giorno di lotta rivoluzionario”. Di rivoluzione effettivamente si trattava, dal momento che le vere rivoluzioni sono quelle che sconvolgono la vita reale delle persone e mutano le abitudini più radicate creando nuova cultura, nuovi valori, nuovo senso comune. Intorno a quegli anni mutò radicalmente nel nostro paese l’universo intero delle relazioni tra uomini e donne. Cambiavano le donne a partire dalla loro quotidianità e dalle loro esperienze, e cambiavano insieme gli uomini, certo con grandi sforzi e resistenze.

Pensiamo che solo fino al decennio precedente, l’Italia era stato il paese dove il delitto “d’onore” riceveva pene ridotte; dove l’adulterio della donna era punito con la reclusione; dove il divorzio conosceva solamente la sua ipocrita versione “all’italiana”, come nel celebre film di Germi del 1961; dove la violenza sessuale era considerato un delitto contro la morale e non contro la persona. Dove i figli nati al di fuori del matrimonio erano figli “illegittimi” e dove la donna che volesse portare avanti una maternità da sola era sanzionata pesantemente dalla comunità. L’Italia era il paese dove le donne morivano quotidianamente e dolorosamente per l’aborto clandestino.

Furono dunque le donne in prima persona a cambiare la doppia morale dominante nella nostra cultura e a scalfire pian piano, ma con grande decisione, una concezione che prevedeva solo ruoli prefissati e destini segnati: madre o prostituta, mai soggetto libero di scegliere; figlia, sorella o moglie, mai cittadina autonoma. Così ciascun 8 marzo, del 1972, del ’73, del ’74, via via fino alla fine del decennio, fu veramente l’occasione per ritrovare nelle piazze e nei luoghi di pacifico raduno e discussione migliaia di donne che prendevano la parola su ciò che riguardava direttamente la loro vita, i loro corpi, la loro sessualità, la loro indipendenza di pensiero. La società italiana tutta cambiò: la legge sul divorzio (1970), il nuovo diritto di famiglia (1975), la 194 per “la tutela della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza” (1978), le leggi a tutela delle lavoratrici madri (1971) ne furono il segno tangibile e l’effetto stabile. Le nuove norme contro la violenza sessuale arrivarono solo nel 1997, oltre vent’anni dopo il tremendo “massacro del Circeo” (1975) che aveva simbolizzato nell’orrore il delitto maschilista più efferato. Ma sono arrivate anche quelle.

Nel frattempo, gli 8 marzo erano diventati però sempre più occasioni di consumo, trasformandosi spesso anche in goliardate poco edificanti che negli anni ’90 fecero la fortuna dei gruppi di strip-tease maschile. Forse la fatica di arrivare alle conquiste civili era stata tanta e le donne adesso volevano un po’ riposare e tessere una tela di libertà e diritti meno appariscente, ma in realtà molto più radicata nei luoghi dove ogni giorno si trasmettono culture e linguaggi, come nella scuola; dove esistono relazioni, come in ogni casa e in ogni luogo di lavoro; dove si esercita la cura, dove si accoglie chi arriva da lontano. Forse le nuove generazioni di donne che nascevano davano per scontate libertà e civiltà, portando nel loro DNA le conquiste di madri e nonne.

Mai però assopirsi! Mai dare nulla per scontato! Perché il tempo è “grande scultore”, come diceva Marguerite Yourcenar, ma nel tempo la memoria rischia di perdersi, e ciò che alle donne è toccato in Italia negli ultimi 20 anni è stata una lenta ma pervicace erosione della dignità pubblica e dell’autonomia. Basti qualche esempio: come è stato possibile che la minigonna, da indumento che ha significato l’emancipazione e la libertà femminile di muovere le gambe ovunque una donna vuole, sia diventato un banale simbolo di seduzione da usarsi quando si vuole “fare colpo”? Come si è riusciti nel giro di qualche anno in Italia a rendere “vincenti” figure della femminilità e della bellezza sagomate sul genere velina, accompagnatrice, amante di politico importante, fidanzata di calciatore, frequentarice del Billionaire, moglie-modella di presidente della repubblica francese?

Qualcuna ha alzato la voce contro questo nuovo presunto “destino”, ed ecco che negli ultimi tempi è subito apparso, in una nuova direzione, un accorato ma subdolo appello a quanto in ogni donna, di qualunque età e origine, vive nell’animo ben radicato: il senso di colpa. Una carriera? un aborto? un abbandono? Rea sempre confessa la donna: è sua la colpa. Brutta storia, come dimostra proprio il caso dell’aborto: tutti sono d’accordo nel dire che la 194 sia una buona legge, ma – per riprendere l’ironico refrain di Paola Cortellesi, “riparliamone!”. Potremmo riparlarne, ma solo per rammentare con le più anziane e raccontare alle più giovani la “fatica” politica, simbolica e fisica attraverso cui ci si arrivò, i dolori che quella legge lenì e continua a lenire, le discussioni e gli insegnamenti che in quel percorso incontrammo, i progressi nella salute e nella prevenzione che intorno a quella legge sono stati fatti.

Ci tocca di nuovo far qualcosa l’8 marzo. Ci tocca non lasciare agli integralismi di ogni tipo  questioni che riguardano valori come la responsabilità e la libertà. Il rischio è che la responsabilità venga intesa di nuovo come necessità di venire tutelate da qualcuno, e che la libertà venga scambiata per superficiale individualismo. “Non sono forse libere le varie soubrette e celebrities fotografate dai paparazzi o esibite in televisione?”, può dire una vocina sorda dietro l’angolo. Ma non è certo quello il modello di autentica libertà che le donne hanno messo secoli a conquistare e che per molte donne nel mondo è ancora lontana.

Dunque, l’8 marzo, ancora.

 


Vogliamo anche le rose?